Computer to Plate: luci e ombre di una tecnologia emergente
Prende
il via con l’articolo che segue la collaborazione fra TecnoMedia e
Newspaper Techniques, la rivista dell’Ifra, che si inserisce nel quadro di
un più ampio accordo tra l’Istituto di Ricerca di Darmstadt e
l’Associazione Stampatori, finalizzato a rendere più ricca e qualificata
l’offerta di informazioni e servizi che le due Associazioni si propongono
di offrire al mercato italiano dei quotidiani.
Sono passati più di vent’anni da quando, nel giugno del 1976, fu mostrato
all’Anpa-Tec, la mostra-convegno annuale degli editori americani (oggi
Nexpo), il primo prototipo di computer-to-plate. Due anni dopo, all’Ifra di
Copenhagen nel 1978, fu esposto il primo sistema completo.
Oggi il CtP non è più un progetto avveniristico ma una tecnologia che opera
presso molte realtà produttive. Il problema oggi non è più quello di
discutere le opzioni tecnologiche, ma quello di verificare se, e in quale
modo, e a quali costi il CtP può essere inserito in un contesto produttivo:
questo, unitamente ad una rassegna delle soluzioni più avanzate attualmente
disponibili, è stato l’oggetto del simposio che l’Ifra ha organizzato a
Monaco di Baviera lo scorso 2 e 3 dicembre 1997.
Computer-to-plate: lo stato dell’arte
Derek Wise della società di marketing strategico Vms ha tracciato una
piccola storia del Computer to Plate, a partire da quella Drupa del ’95 che
vide una vera e propria esplosione di prodotti e soluzioni “direct to”, ed
evidenziò un grande interesse per il mercato delle arti grafiche da parte
di grandi multinazionali in cerca di nuovi mercati ai quali adattare le
proprie tecnologie.
Meno di un anno dopo, nel febbraio del 1996, si contavano ben 37 sistemi
CtP: dieci a fotopolimeri, quattro agli alogenuri d’argento, due sistemi
ibridi basati sui sali d’argento, sei termici, quindici di altra natura.
Oggi, la situazione è ancora più confusa: i sistemi disponibili sono ben
47, le tecnologie di esposizione utilizzate sono quattro e i formati
principali ben sei. Ai dieci produttori che entrarono in lizza nel 1995 se
ne sono aggiunti nel frattempo altri quattordici.
Da questa situazione in continuo fermento emergono una serie di questioni
che non possono essere trascurate: in primo luogo, c’è da stare molto
attenti alla solidità finanziaria dei produttori di sistemi CtP, molti dei
quali sono supportati da investitori e istituzioni finanziarie che non
hanno un reale e consolidato interesse in questa tecnologia e nelle sue
potenzialità a lungo termine, e che sono quindi pronti ad abbandonare la
partita nel caso in cui l’investimento non generi rapidi e consistenti
profitti. In secondo luogo, occorre chiedersi che risposta possa dare il
mercato delle arti grafiche, per sua natura conservatore, a fornitori che
vengono “da fuori” e che non hanno presenza ed esperienza in questo
settore. E infine, occorre chiedersi se vi sia una domanda potenziale di
sistemi CtP tale da consentire a tutte queste società di rientrare
nell’arco di 2-3 anni dei costi di ricerca e sviluppo sostenuti. L’opinione
di Derek Wise, al riguardo, è che si vada nel lungo termine ad una fase di
“sfrondamento” del mercato, al termine della quale rimarranno, a livello
mondiale, non più di cinque fornitori.
Alla fine del 1997 erano disponibili 35 tipi di lastre: cinque a
fotopolimeri, cinque ad alogenuri d’argento, una ai sali d’argento, venti
termiche, quattro di altra natura; a queste sono destinate ad
aggiungersene, nel corso del 1998, altre venti. Le espositrici sono ben 88,
che possono essere catalogate per tecnologia di esposizione (26 a letto
piatto, 25 a tamburo esterno, 35 a tamburo interno, due a combinazione
interno-esterno), oppure per fonte di luce: 30 a laser argon, 26 a laser Fd
Yag, 22 agli infrarossi, e i restanti 13 con altri sistemi tra i quali
raggi Uv, luce rossa, getto d’inchiostro, e altri tipi di laser.
Come si può vedere, si tratta di una situazione molto confusa, resa ancora
più intricata dal fatto che la marea montante dell’informazione digitale ha
attratto verso l’industria grafica grandi società internazionali quotate in
Borsa, il cui obiettivo è quello di ottimizzare i risultati finanziari a
breve termine; ma, spesso, ciò non porta benefici a lungo termine. Un solo
dato basterà a dare il senso di questa incertezza: al Print 97 di Chicago,
lo scorso settembre, sono stati esposti ben venti tipi differenti di lastre
CtP con tecnologia termica; di questi, a tutt’oggi soltanto due vengono
regolarmente commercializzati.
E’ chiaro dunque che questa situazione non incoraggia i potenziali
utilizzatori ad investire centinaia di milioni in nuove tecnologie delle
quali è incerto l’esito e la direzione. I fornitori, d’altra parte,
sembrano più concentrati su ristrutturazioni aziendali, accordi, alleanze,
strategie di distribuzione, razionalizzazione dei prodotti, ampliamento dei
margini di profitto, che non sulla tecnologia.
Al momento attuale, i principali attori in questo mercato avvertono la
necessità di offrire soluzioni integrate “chiavi in mano”. La conseguenza
di questa esigenza sarà inevitabilmente una ondata di acquisizioni,
fusioni, alleanze che, a lungo termine, porteranno ad una stabilizzazione
dell’industria delle arti grafiche e le indicheranno la direzione da
percorrere; nel breve termine però, nei prossimi due anni, il problema sarÃ
vedere in che modo, e con quali vantaggi o svantaggi per gli utenti,
saranno portate avanti queste integrazioni.
CtP e quotidiani: avanti adagio…
Una indagine effettuata sul CtP nel 1994, basata sulle aspettative di
mercato di fornitori e potenziali utilizzatori, assegnava il 40% delle
installazioni al settore commerciale, il 40% ai quotidiani, e il restante
20% ad altre tipologie di prodotto. L’indagine prevedeva inoltre un
avanzamento parallelo del livello diffusione di questa tecnologia negli
Stati Uniti ed in Europa.
L’andamento del mercato nei tre anni successivi ha seccamente smentito le
previsioni effettuate nel 1994: le installazioni CtP degli Stati Uniti oggi
sono il doppio rispetto a quelle europee, e – soprattutto – la penetrazione
del Computer to Plate tra i quotidiani è rimasta su livelli estremamente
bassi, intorno al sei per cento. Le ragioni di questa limitata diffusione
sono molteplici: l’interesse maggiore dei produttori verso la stampa
commerciale, che garantisce maggiori margini di redditività , la ridotta
velocità di esposizione (almeno in passato) rispetto ai sistemi
convenzionali, la mancanza di affidabilità e di stabilità , lo scetticismo
verso le nuove tecnologie, l’incertezza sulle reali possibilità di generare
contenimento dei costi attraverso l’adozione del CtP.
C’è da chiedersi inoltre se, allo stato attuale delle tecnologie e dei
relativi costi, il Computer to Plate rappresenti per i quotidiani una reale
opportunità . Tony King, product manager a livello mondiale dei prodotti
Silverlith di DuPont, ha effettuato una comparazione tra le lastre termiche
CtP, come la DuPont Silverlith SDT presentata all’Imprinta ’97, e le lastre
CtP convenzionali che vengono esposte tramite laser a ioni di argon o laser
Yag, come la DuPont Silverlith SDB, la Agfa N90, la Lithostar, la Western
Litotech DiamondPlate. Le lastre che utilizzano il procedimento termico
stanno incontrando un promettente successo tra gli stampatori commerciali,
ma al momento l’uso del sistema termico non appare conveniente
nell’ambiente produttivo dei quotidiani, non riuscendo a garantire velocitÃ
di output di almeno 100 lastre l’ora.
Ma il punto centrale della questione è naturalmente la questione economica,
o – meglio – il rapporto tra i costi di un sistema CtP e i recuperi di
produttività che esso consente di realizzare. Significativa in tal senso
l’opinione di Reinhard Lorch, direttore tecnico del Süddeutscher Verlag di
Monaco di Baviera. Mettendosi nei panni di un potenziale utente di sistemi
CtP, Lorch ha sottolineato come l’aspetto che sta alla base di ogni
decisione sia sempre e soltanto quello legato al potenziale economico, in
termini di contenimento dei costi produttivi durante l’attività di
fotoformatura. Da questo punto di vista, le soluzioni attualmente
disponibili non sono pienamente convincenti: da un lato infatti
l’investimento richiesto, nell’ordine delle centinaia di milioni, è tale da
rendere estremamente problematico un piano di ritorno economico; dall’altro
c’è la sensazione che il Computer to Plate sia soltanto una tappa
intermedia verso un altro traguardo, sia esso il computer to press o il
computer to print, dei quali si vedono già i primi prototipi: vale allora
la pena di investire tanto in un sistema che magari entro pochi anni sarÃ
obsoleto, o non conviene piuttosto stare alla finestra in attesa che la
situazione si chiarisca?
Per rispondere, sia pure in parte, a questi dubbi, Lorch ha proposto una
sorta di “catalogo” di specifiche che dovrebbero consentire al potenziale
utente di chiarire meglio le proprie esigenze e, ciò facendo, di capire se
l’adozione del CtP rappresenti una reale opportunità :
Redditività . Il giornale è prodotto in produzione diretta o in accumulo?
Quante linee CtP occorrono per coprire la produzione richiesta? Sono
necessarie modifiche strutturali negli stabilimenti di produzione? E’
possibile ottenere risparmi nel costo del personale? Sarà possibile per i
sistemi CtP installati accettare in futuro altri tipi di lastre senza costi
aggiuntivi?
Tecnologia: a letto piatto, a tamburo esterno, a tamburo interno?
Movimentazione delle lastre. A seconda delle caratteristiche e dei volumi
produttivi, occorre sapere se è sufficiente il trasporto manuale delle
lastre o se occorra automatizzare il collegamento tra la sviluppatrice CtP
e i cilindri portalastre della rotativa.
Punzonatura. Per evitare un aggravio dei costi, molti utenti vorranno
mantenere gli attuali sistemi di controllo di registro. I sistemi CtP
dovranno quindi essere in grado sia di punzonare le lastre che di
processare lastre pre-punzonate.
Produttività . Per un quotidiano di dimensioni medio-grandi, un sistema CtP
comincia a diventare redditizio con una produzione oraria superiore alle
100 lastre.
Lastre. Tre sono le opportunità : sali d’argento, fotopolimeri, lastre
termiche. Nasce dunque il problema di quale espositrice è in grado di
gestire tutti e tre questi tipi di lastra, e di quale tipo di laser deve
essere utilizzato.
Qualità e tiratura richieste. Queste variabili incidono in maniera
significativa sul tipo di lastra da utilizzare, così come è importante
prendere in considerazione il sistema di sviluppo e l’impatto ambientale
dei prodotti chimici utilizzati e i conseguenti maggiori costi collegati ai
sistemi di smaltimento e di riciclaggio previsti dalle regolamentazioni
vigenti nei vari paesi.
La “catena digitale” e le prove di stampa “soft”
La precondizione del Computer to Plate, sulla quale tutti sono concordi, è
che venga conclusa la digitalizzazione dell’intero ciclo produttivo, a
partire dall’input di testi e immagini sino alla lastra pronta per la
stampa o, meglio ancora, sino al pre-settaggio della rotativa.
Ciò non significa, naturalmente, che ogni elemento costitutivo della pagina
debba essere prodotto digitalmente – anche se questa è certamente la
soluzione ideale – ma che tutti gli elementi mancanti, come fotografie e
pubblicità su carta o su pellicola, devono essere scansionati per
l’inserimento nella pagina. E’ chiaro che, quanto più elevato sarà il
livello di digitalizzazione del processo produttivo, tanto più efficace
sarà la possibilità di effettuare controlli prima della produzione della
lastra.
Digitalizzazione del processo nella prospettiva del CtP vuol dire anche
eliminazione dei passaggi intermedi su carta e su film, rendendo di fatto
impossibile, senza un adeguato apparato di sistemi di controllo,
l’individuazione di errori a monte della fotoformatura. Né appare
possibile, lavorando con il CtP, il ricorso a prove di stampa analogiche.
L’alternativa è dunque quella tra prove di stampa “hard”, cioè realizzate
direttamente sulla rotativa, che sono però costose e fanno perdere tempo, e
prove di stampa “soft”, che richiedono invece il costante controllo di
tutti i processi e i parametri che possono influire sulla qualità del
risultato finale.
Di quest’ultimo tema si è occupato diffusamente, nel corso del simposio di
Monaco, lo specialista dell’Ifra Manfred Werfel, che ha individuato pre
principali campi di applicazione per le prove soft: controllo di
produzione, controllo del layout (detto anche “cianografica digitale”),
controllo del colore. In quest’ultima area in particolare i recenti
sviluppi del linguaggio Postscript 3 e del software Adobe Acrobat appaiono
assai promettenti sotto il profilo della totale eliminazione delle bozze su
carta e del controllo della fedeltà del colore direttamente sul monitor.
Installazioni CtP: una panoramica mondiale
Pochi giorni prima del simposio di Monaco, nel mese di novembre 1997, si
era svolto il Janps, la fiera biennale giapponese di tecnologie per i
quotidiani. Di ritorno dall’appuntamento, il direttore tecnico dell’Ifra,
Boris Fuchs, ha tracciato un sintetico quadro della situazione giapponese
riguardo al CtP, che risulta assai diversa da quella europea e
nord-americana per vari aspetti: anzitutto la diversa architettura dei
sistemi di produzione, con la rotativa e la sala spedizione che di fatto
formano un tutt’uno; quindi il fatto che i giornali giapponesi sono, con
poche eccezioni, stampati in accumulo. Al momento, nel settore dei
quotidiani in Giappone risultano attive solo due installazioni CtP,
entrambe in fase di beta test: una realizzata da Nec, Seiken Graphics e
Mitsubishi presso lo stabilimento di Zama dell’Asahi Shimbun, l’altra,
realizzata da Fujifilm, presso lo stabilimento di Kyoto della Nikkei
Newspapers.
Di gran lunga più “sostanziosa” è l’esperienza che del CtP sta facendo la
britannica News International, che sulle 26 rotative installate negli
stabilimenti di Glascow, Liverpool e Wapping nei sobborghi di Londra stampa
ogni giorno circa 5,5 milioni di copie di giornali. Per dare un’idea delle
dimensioni del sistema di fotoformatura di News International e del carico
produttivo al quale è sottoposto, basti pensare che il consumo annuo è di
2,6 milioni di lastre, e che nel solo stabilimento di Wapping, il più
grande dei tre, le sei sviluppatrici Autologic APS3850 realizzano una
capacità produttiva che nei periodi di punta raggiunge anche le mille
lastre l’ora.
A News International i prerequisiti del CtP sono stati risolti sin dal
1994, con la completa digitalizzazione del processo produttivo delle pagine
e con l’implementazione di un sistema di controllo e di monitoraggio che
mappa con precisione ogni elemento di ogni pagina avviata in produzione.
Attualmente News International sta conducendo un programma di valutazione
del CtP, con due macchine installate negli stabilimenti di Glascow e di
Wapping, rispettivamente una Krause LaserStar e una Western Litotech
DiamondSetter.
Se in Europa, nonostante resistenze, problemi ed un panorama tecnologico
non ancora ben definito, il CtP è una realtà in molti ambienti produttivi,
negli Stati Uniti l’introduzione del Computer to Plate nei quotidiani è
ancora ben lontana dal potersi considerare significativa. Le ragioni di
questo ritardo sono state evidenziate da Larry Maas, direttore di
produzione della società editrice Howard Publishing Group (18 testate per
500.000 copie di produzione giornaliera), e sono di natura tecnica,
organizzativa, economica.
Tra le ragioni tecniche, va ricordato che solo il 20% dei quotidiani USA
effettuano l’impaginazione digitale integrale, e che molti quotidiani anche
di notevoli proporzioni continuano ad utilizzare sistemi editoriali
proprietari basati su mainframe, per i quali è assai problematico
l’interfacciamento verso sistemi di output che utilizzano formati standard
come il Postscript. Va inoltre detto che, proprio per questo ritardo sulla
via dell’impaginazione elettronica, molti quotidiani hanno acquistato da
poco tempo fotounità a pagina intera, e non sono disposti a metterle da
parte senza aver prima realizzato il ritorno sull’investimento.
Tra le ragioni di natura organizzativa che ostacolano la diffusione del CtP
negli USA, Maas ha rilevato come in molti quotidiani USA esistano accordi
di lavoro che bloccano l’integrazione di nuove tecnologie in alcune aree di
produzione che verrebbero fatalmente ridimensionate o addirittura rese
superflue dal CtP, come la sala di composizione o i reparti di paste-up al
tavolo luminoso.
Dal punto di vista economico, infine, l’atteggiamento dei quotidiani USA
nei confronti del CtP è chiaro: i sistemi costano ancora troppo,
soprattutto per un settore nel quale il grosso degli investimenti è
attualmente focalizzato sul cambiamento di data dell’anno 2000. A costare
tanto sono non soltanto le sviluppatrici, ma anche le lastre, dalle cinque
alle dieci volte in più rispetto a quelle offset convenzionali, e questo
rappresenta un maggiore handicap per i quotidiani USA, che rispetto a
quelli europei hanno di solito un numero assai maggiore di edizioni e,
quindi, di pagine prodotte. Né viene visto con particolare favore il fatto
che, scelto un sistema CtP, l’utente sia oggi di fatto costretto ad
acquistare soltanto le lastre fornite da quel produttore, senza essere
libero di trovare una alternativa più conveniente come avviene invece con
il sistema di fotoformatura tradizionale.
Quale futuro per il Computer to Plate?
Molti, come si può vedere, gli accenni critici emersi durante il simposio
di Monaco nei confronti di una tecnologia che si trova ancora negli stadi
iniziali della propria vita, come dimostra l’elevato numero di società che
operano nel settore e la mancanza di una direzione univoca nella ricerca e
sviluppo delle lastre e delle espositrici.
Eppure, nonostante tutto, le sperimentazioni e le installazioni in
produzione aumentano,e anche in Italia, come dimostra il caso del Dolomiten
di Bolzano del quale ci siamo occupati sullo scorso numero di TecnoMedia,
non mancano esempi convincenti di come sia possibile inserire efficacemente
il CtP nel contesto produttivo di un quotidiano.
Ciò che è sembrato emergere senza ombre dal simposio di Monaco è la
convinzione che il CtP rappresenti uno stimolo – verrebbe da dire
“pretesto” – per condurre a termine il processo di riorganizzazione del
ciclo produttivo del quotidiano, che passa per la completa digitalizzazione
del lavoro, per la ridefinizione dei ruoli e delle mansioni di giornalisti
e tecnici, per l’adozione di strumenti di controllo e di verifica
dell’avanzamento del lavoro in ogni sua fase; per l’adozione, in altre
parole, di un sistema di qualità che garantisca che il percorso produttivo
del giornale si svolga, dall’input dei dati sino alla corsa delle rotative,
senza sprechi e senza spiacevoli sorprese.
