Parliamo di…

Non pochi tecnici e
dirigenti di giornali che hanno affollato gli stand del “Nexpo ’95” e che
hanno seguito le relazioni svolte quest’anno al “Georgia World Congress
Center” di Atlanta (avvenimenti dei quali ci occupiamo diffusamente in
questo numero di “TecnoMedia”) si attendevano forse che – nel solco della
migliore tradizione – l’attenzione fosse prevalantemente rivolta alla
promessa, nuova generazione di sistemi editoriali o alle più sostanziali
innovazioni destinate ai comparti stampa e spedizione.
Il segno dominante della manifestazione promossa dalla NAA (l’Associazione
degli editori statunitensi) si è orientato, invece, verso le nuove
frontiere del “cyberspazio”, con un serrato dibattito sul “perché” e sul
“come” i giornali debbano divenire protagonisti della comunicazione on-line
e con qualificate offerte di “soluzioni tecnologiche” capaci di
interpretare le esigenze di modelli di comunicazione differenziati e tra
loro integrabili.
Le motivazioni di tale scelta, peraltro prevedibile, non risiedono
certamente nel modernismo di “Internet” e, tanto meno nella convinzione che
il giornale stampato abbia un futuro dal corto respiro. Se così fosse,
sarebbe difficilmente spiegabile il fatto che – per il 1995 – si prevedano,
nell’area tradizionale dei quotidiani nordamericani, investimenti per un
miliardo e 200 milioni di dollari (quasi il 36 per cento in più rispetto
al ’94) o che il solo Washington Post, tra l’anno in corso e il 1996, conti
di spendere 250 milioni di dollari per ammodernare gli impianti di stampa.
Il fatto è che, dove la sperimentazione è più avanzata, ci si è convinti
che l’informazione on-line possa e debba costituire un prezioso supporto
per il giornale e- particolare non trascurabile – fonte di business. Le
preoccupazioni non sono tutte fugate, poiché diffusa è la consapevolezza
che l’informazione sia da tutti considerata ingrediente insostituibile nei
servizi messi in rete su Internet, oppure attraverso società come
Compuserve, America on line o altre iniziative, quali Video On-Line, varate
anche in Italia, che primeggiano a livello internazionale. Ma altrettanto
generalizzata è la sensazione che nessuno sia disposto a pagare per
ricevere “merce” acquisibile altrimenti con facilità e a prezzi contenuti.
La soluzione che sembra farsi strada è, di conseguenza, quella che rifiuta
l’ipotesi del giornale trasferito in rete ed offerto alla clientela
(lettori ed inserzionisti), in versione speculare, in sostituzione del
supporto cartaceo. Certamente più allettante (e assai probabilmente fonte
di reddito) l’ipotesi che consente al’italiano che vive all’estero di
catturare, in tempo reale, il giornale della sua città d’origine, o a chi
vive in Italia, di procurarsi, con lo stesso sistema, il Times in edizione
telematica o uno dei 141 quotidiani disponibili in rete. Il tutto
accompagnato da servizi aggiuntivi che spaziano tra l’approfondimento su un
tema specifico e il listino prezzi del supermercato.
Non a caso, proprio negli Stati Uniti, nascono consorzi tra i maggiori
gruppi editoriali: ultimo esempio, in ordine di tempo, la New Century
Network, un network che raggruppa oltre duecento testate sparse tra i vari
Stati dello sconfinato territorio. Un solo abbonamento per l’accesso a
servizi tra i più diversificati, dove l’informazione fornita dal quotidiano
della singola città costituisce, al limite, una componente marginale. E’
l’ipotesi che, ad Atlanta, con tanta fantasia e non minore speranza , ha
portato a coniare il termine di “cybercash”: al momento una sorta di moneta
virtuale; in prospettiva un reddito che ci si augura destinato a confluire
nelle casse dell’impresa editoriale.
Carlo Lombardi