Pagine AMP: opportunità e rischi

Il protocollo open source AMP (Accelerated Mobile Page) lanciato da Google nel febbraio 2016 per velocizzare il caricamento delle pagine sui dispositivi mobili ha incontrato un grande successo, attirando un centinaio di piattaforme digitali, compresi gruppi editoriali come Hearst e McClatchy, grandi testate come USA Today, Wall Street Journal, New York Times, Washington Post, e pubblicazioni internazionali come The Guardian e The Economist. Alla conferenza per gli sviluppatori AMP tenutasi a New York a metà marzo, è stato annunciato che i due principali provider di ricerca cinesi, Baidu e Sogou, aderiranno a AMP, insieme a Yahoo Japan.

I risultati sono indubbiamente positivi: in uno studio sul Progetto AMP pubblicato a gennaio sugli articoli  AMP del gruppo Hearst, è stata rilevata  una riduzione percentuale dell’83% nel tempo di caricamento e un aumento del 23% del tasso di click-through per gli annunci pubblicitari.

Ma ci sono anche aspetti più critici di cui tenere conto. Nel corso della stessa conferenza di New York uno dei principali partner di Google sul progetto AMP, Matthew Prince, co-fondatore e CEO di Cloudflare, ha sottolineato come uno dei più grandi problemi di AMP è che Google esercita troppo controllo su come le pagine a caricamento veloce vengono pubblicate da una cache centrale che mette “google” davanti a tutti gli URL delle pagine AMP, anche a quelle il cui contenuto viene direttamente dagli editori.

“Se siete Bloomberg News e la parte superiore della pagina dice ‘google’, questo è un rischio per il brand” ha sostenuto Prince durante la conferenza. “Ma c’è qualcosa di più importante ancora. Il dominio che fornisce il contenuto, cioè Google, è lo stesso che mette i ‘cookies’, e non mi sembra una risposta soddisfacente che Google dica all’editore ‘Fidati di noi, ti daremo i dati.’”

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