Tecnologie standard, unica risorsa per pilotare l’innovazione

Riportiamo di seguito una
sintesi dell’intervento svolto da Paolo Agus in occasione del tutorial
ASIG-IFRA “I database nell’industria editoriale”, svoltosi a Bologna il 25
e 26 settembre 1996

E’ stato commesso un crimine
Qualcuno ha tenuto all’oscuro le vittime del fatto che le nuove tecnologie
informatiche potevano essere utilizzate anche all’interno dell’industria
dei giornali.
Quel che è strano, però, è che le vittime e i colpevoli di questo crimine
sono gli stessi: siamo noi, editori, giornalisti, poligrafici, fornitori di
sistemi editoriali. Per anni, infatti, ci siamo ripetuti che “I sistemi
editoriali sono diversi da qualunque altro sistema informativo, ed hanno
dunque bisogno di soluzioni ad hoc”.
La verità è che le tecnologie che successivamente sono state adottate si
sono rese disponibili molti anni prima che esse venissero adottate dai
sistemi di produzione dei giornali.
Qualche esempio? Per rimanere all’area dei database, il sistema
Total-Cincom risale al 1974, la Oracle è nata nel 1977, e il sistema DB2
della IBM è stato messo a punto nel 1983.

La “missione” di Sinedita
Sinedita è nata nel 1991. Sin dall’inizio, la nostra scelta fu quella di
utilizzare tecnologie standard, sia per l’hardware che per i software
operativi ed applicativi, quindi anche per i database. D’altra parte, la
nostra era una scelta obbligata: una piccola software-house qual era la
nostra non avevacertamente le risorse per sviluppare al suo interno tutte
le componenti dei propri prodotti.
Quindi sin dall’inizio per Sinedita l’uso delle tecnologie standard è stata
la scelta più naturale: P.Ink (ora SNAP) e Oracle per i database,
Macintosh, Windows NT e Unix per i server, HP, Digital, Compaq e Apple per
le stazioni di lavoro. Ma non è certamente l’elenco dei nomi a fare la
differenza! Ciò che a nostro avviso determina il successo di una moderna
software house è la capacità di adattarsi alle scelte tecnologiche, siano
esse:
– obbligate, cioè dettate dalla natura dello specifico problema da risolvere;
– dettate dal cliente a causa di vincoli aziendali interni o della
necessità di mantenere la compatibilità con altre installazioni precedenti;
– dettate dai produttori e dal mercato dell’informatica: nuove tecnologie
emergenti, nuovo hardware, nuovi sistemi di sviluppo, nuovi sistemi
operativi.
A nostro avviso, in presenza di questa esigenza di adattarsi e di evolvere,
l’unica possibilità di successo è quello di produrre software “platform
independent”, facilmente trasferibile da un sistema operativo ad un altro.
Per far ciò occorre agire sulle:
– interfacce utente (attraverso l’uso di TOOL e FRAMEWORK);
– Database server (ODBC a librerie “mutanti”);
– File server (virtualizzando i moduli di accesso).
Solo se si rispettano questi criteri l’attività di “porting” di un
prodotto/soluzione diventa un lavoro di routine di una normale azienda
informatica.
Da questo punto di vista la storia di Sinedita è abbastanza emblematica.
Nata con l’obiettivo di produrre software per l’ambiente editoriale, il
primo prodotto è stato realizzato nell’area del database publishing, ovvero
dei cataloghi. Il primo sistema editoriale vero e proprio è stato
installato a Varsavia, presso il quotidiano Zycie Warszawy: cento stazioni
di lavoro Macintosh con database server Mac e file server Mac. Non ci
credeva nessuno!
Quindi, prima di diventare pienamente “credibili” anche sul mercato
italiano, siamo passati per un’altra installazione all’estero, questa volta
in Slovenia (e a Trieste), quindi finalmente anche in Italia. Sono quindi
venute le installazioni in ambiente Windows, Unix, Windows NT e tutte le
altre tecnologie.
Tecnologie standard: quali vantaggi?
Ho spiegato sopra perché per una software house come Sinedita quella degli
standard è stata una scelta obbligata. Ma per gli utilizzatori dei sistemi,
cioè per i giornali, quali sono i pro e i contro legati alla scelta degli
standard?
Di sicuro c’è che la scelta delle tecnologie standard richiede una maggiore
competenza tecnica all’interno del giornale; ma è altrettanto vero che
consente di “possedere” maggiormente la soluzione editoriale utilizzata.
Viceversa, che si affida ad un sistema proprietario è come chi affida la
propria contabilità ad un commercialista: certo, si risparmia parecchie
“grane” e complicazioni, ma non controlla “in tempo reale” la propria
situazione economica.
Il passaggio dal fornitore di sistema proprietario – il
“fornitore-commercialista” – al controllo diretto del sistema di produzione
basato sugli standard impone quindi un costo, che è quello di una crescita
culturale e di competenze all’interno del giornale. Per contro, il
vantaggio di questa scelta risiede nelle innumerevoli possibilità che offre
in termini di ampliamento delle possibilità di utilizzo dei dati e delle
informazioni che costituiscono la materia prima e il prodotto finito
dell’industria editoriale.
L’esempio del database, in questo senso, è probabilmente il più
significativo; l’utilizzo di un database standard correttamente strutturato
consente integrazioni di dati e, quindi, genera valore aggiunto all’interno
di tutti gli ambienti produttivi del giornale: la redazione, la tipografia,
la pubblicità, la diffusione, e naturalmente la multimedialità e le nuove
forme di diffusione dell’informazione che si cominciano ad intravedere.
Quando tutte le informazioni ed i dati che costituiscono il patrimonio più
consistente dell’impresa editoriale si trovano su un database standard,
nasce la possibilità di nuovi utilizzi di questi dati, anche se non
previsti dalle applicazioni che li hanno generati.

Cavalcare l’innovazione
Ciò che è più importante è essere al timone dei cambiamenti tecnologici,
non limitandosi a subirli passivamente.
Se infatti l’innovazione viene “subita” e inseguita, essa viene vista come
un danno, un costo, una fonte di fastidiosi grattacapi; se invece
l’innovazione viene capita, “pilotata”, se ce ne facciamo partecipi, allora
ci mettiamo nelle condizioni di risolvere i nostri problemi produttivi
immediati e, nello stesso tempo, riusciamo a vedere le nuove opportunità
che ci si aprono davanti.
Un esempio? Abbiamo fatto tanta fatica ad abituarci all’idea di “Un PC su
ogni scrivania” e ad inseguire costantemente l’ultimo modello, con più
memoria e più potenza, che già qualcuno ci parla di “network computer”, che
costano poche centinaia di migliaia di lire e che dovrebbero attingere alla
Rete quelle risorse (memoria, capacità di calcolo, applicazioni produttive)
che oggi ci affanniamo a “infilare” dentro ogni stazione di lavoro.
Ciò che occorre è allora una grande apertura mentale, senza la quale non
saremo in grado di capire in quale modo stanno cambiando i ruoli
professionali all’interno dei giornali e quali saranno le figure
professionali che nel prossimo futuro ci aiuteranno a guidare il
cambiamento dell’industria editoriale verso nuovi obiettivi.
Perché questo obiettivo possa essere raggiunto, tutti – e dico tutti:
editori, giornalisti, poligrafici, fornitori di tecnologie – dovremo avere
l’umiltà di metterci continuamente in discussione, e dovremo abituarci a
discutere non sui prodotti e le marche, ma sulle idee e sui progetti
realmente innovativi.
Paolo Agus