IBM interpreta Internet

E’ sufficiente, per chi
guarda al di la dello stretto orizzonte temporale, limitarsi a parlare di
Internet semplicemente come la rete delle reti dove tutti parlano con tutti
e dove si può trovare tutto quello che si vuole?
Direi proprio di no.
Almeno nella comune accezione dove schiere sempre più numerose di accoliti,
dalle stazioni di lavoro dei propri uffici o dai laboratori di informatica
delle università o consorziandosi in gruppi di amici, per dividersi le
spese telefoniche, si permettono qualche gita serale nel cyberspazio. E’
vero che molti hanno scoperto come si fa a colloquiare con il resto del
mondo con scritti e parole in barba alle Telecom nazionali.
E’ anche vero che la curiosità umana non ha limiti e che ancora per tanti
anni si potrà lanciare la sfida di trovare siti dove si discuta di
qualunque stranezza che la mente dell’uomo riesca ad architettare.
E’ vero che sempre più si piega la rete delle reti verso servizi di tipo
interno ad organizzazioni o gruppi più o meno folti (si va cioè dal
concetto di Internet a quello economicamente più interessante di Intranet).
E’ vero infine, lo leggiamo sulle riviste di settore ogni giorno, che la
sfida dei giganti dell’informatica si basa ormai sul controllo delle
comunicazioni più in termini di contenuti e di servizi di tipo continuativo
che non di infrastrutture (il software di ricerca, il cosiddetto browser si
può anche regalare).
Tuttavia le vere strategie di lungo respiro in quest’area abbracciano
orizzonti molto più estesi e compositi di quelli finora intravisti. Ed è in
quest’ottica quanto è successo pochi giorni fa (il 12 novembre) quando IBM,
nel corso di una conferenza stampa a New York, ha sinteticamente
annunciato: “IBM takes Internet battle to higher ground” (letteralmente,
IBM sposta la battaglia su Internet ad un livello più alto). Nulla di
sconvolgente all’apparenza, a meno di analizzare il contenuto dell’annuncio
ed una serie di altri fatti avvenuti di recente e tentare di assemblare il
tutto in un mosaico compiuto. In sintesi l’annuncio afferma che la
strategia IBM nel settore supera i concetti riduttivi di browsers e di
software per i server di rete per fornire strumenti per affrontare il
business elettronico su Internet in modo globale. Entro il 2000 (quindi in
un futuro dietro l’angolo) le soluzioni end-to-end (da utente ad utente)
costituiranno, secondo IBM, un modo formidabile e imprescindibile per fare
affari via Internet. Premessa indispensabile per operare attivamente (e con
profitto) su queste aree è che occorre agire mettendo insieme validi
partners commerciali e tecnologici.
IBM è gia in grado di fornire oggi sistemi che permettono di collegare
migliaia di Data Base, di transazioni, di inventari da gestire e prodotti e
servizi da distribuire, con i mercati e gli operatori, vecchi e nuovi che
vogliono cimentarsi nell’arena degli affari elettronici.
La strategia IBM nell'”e-business” (e sta per electronic) si fonda su tre
insiemi di applicazioni che, a suo avviso, indirizzeranno l’adozione di
Internet come potentissimo strumento di affari: la capacita di gestire le
transazioni commerciali, la collaborazione con partners di grandi
dimensioni e di elevata professionalità nei rispettivi settori di
influenza, la capacita di gestire i contenuti da veicolare sulla rete
(tanto per cominciare IBM mette in campo i suoi 105.000 professionisti
nella fornitura di servizi e gli oltre 800 punti di accesso ad Internet
attraverso la propria super rete IBM Global Network).
Tutti abbiamo letto (o almeno sentito parlare) in tempi recenti di Network
Computing, vale a dire, in termini ipersemplificati, della possibilità di
operare attraverso strumenti molto semplici e poco costosi che si
appoggiano per le proprie esigenze di elaborazione a risorse che risiedono
da qualche parte e che devono essere utilizzate solo fino a quando serve.
Con questi nuovi Personal ridotti all’osso (gia annunciati da IBM, Sun e
altri ad un prezzo iniziale attorno al milione di lire) ecco allora che si
potrà iniziare la nostra navigazione per vendere o acquistare quello che
più c’interesserà o attirerà in un certo momento.
Una stima condivisa da molti osservatori parla di un giro d’affari di oltre
250 miliardi di dollari a livello mondiale entro il vicino 2000 per il
Network Computing, il 65 % di questa cifra mostruosa (quasi 400.000
miliardi delle nostre povere lire) sarà in servizi e soluzioni (e non
quindi in ferro e software)!
Vediamo, più concretamente, anche se a mo’ di flash, i primi passi fatti in
questa direzione.
Energy Network Exchange: IBM e Siemens AG (ecco l’esempio tangibile di una
prima partnership) hanno definito un sistema per la vendita e l’acquisto
d’energia elettrica. Ovviamente ciò è possibile in un mercato libero come
quello USA (l’ente erogatore paga al consorzio una somma annuale base molto
modesta, fra i 10 e i 15 mila dollari, ed un fisso per ogni transazione, 75
cents). Un pensierino all’ENEL nuovo look?
Petroleum Connect: un nuovo sito per lo scambio d’informazioni geologiche
fra compagnie petrolifere e la condivisione di business comuni.
Insurance-Commerce: uno strumento per permettere alle compagnie di
assicurazione di entrare rapidamente nel mercato assicurativo elettronico.
World Avenue: un insieme di negozi elettronici personalizzati dove si può
trovare tutto quello che si cerca (certificato in un World Purchase
Registry e venduto con il marchio World Commerce ) e offrire cataloghi
personalizzati secondo i gusti e il portafoglio di chi acquista.
Inutile ricordare che si tratta solo dei primi passi di un cammino ancora
lungo e difficile ma lungo il quale gia si intravedono allettanti
traguardi.
IBM si sta preparando con grandi mezzi (il 25 % degli oltre 6 miliardi di
dollari annualmente spesi nella ricerca sono dedicati al Network
Computing).
Al di la di questi primi strumenti, che cosa c’è gia nella pipeline del
prossimo futuro?
Alcuni esempi:
– Un cyberphone cellulare, per l’accesso senza fili ad Internet.
– 3D Commerce, uno strumento per visitare superfici di vendita virtuali
(con possibili acquisti), basato su Java.
– Commerce Point, una famiglia di prodotti e servizi per il commercio
elettronico (gia attivo e utilizzato da diverse decine di aziende
medio-piccole per vendere di tutto).
– WOM (Web Object Manager), una tecnologia estremamente avanzata per
gestire milioni di transazioni sui server della rete.
– Domino, la recente applicazione interattiva su serventi Internet per gli
utenti Lotus Notes (visto che sono gia oltre 10 milioni, è facile
immaginare che possa agevolare un sacco di persone!). In particolare con la
versione Advanced Services si riesce a gestire fino a 6 server sulla stessa
macchina, oltre a statistiche e distribuzione di costi, all’esecuzione di
applets Java e all’integrazione automatica di dati provenienti dal proprio
sistema informativo con pagine Web. Infine con Weblicator è possibile
previsualizzare pagine Web, organizzarle e catalogarle per una ricerca
locale (il tutto a pochi dollari).
– Cryptolope, una tecnologia particolarmente sofisticata per la protezione
delle informazioni.
– Bamba, una tecnologia per la gestione di grandi moli di informazioni
video e audio in rete.
– PanoramIX, una tecnologia in grado di trasformare esplorazioni Internet
in visioni a 360 gradi.
E qui mi fermo per due ragioni: prima perché sono inutili fughe in avanti
(oggi c’è gia tutto quello che serve per fare affari con Internet) seconda
perché è tempo di ragionare su questi scenari dal punto di vista
dell’industria dell’informazione che “deve” cavalcare la tigre della
trasformazione se non vuole trovarsi molto presto fanalino di coda di un
mondo che le fugge dalle mani.
Non voglio certo dissertare sul tema, mi basta lanciare qualche riflessione
da condividere con chi ne avrà voglia e interesse.
Una prima considerazione è quella che riguarda la possibilità, oggi gia
disponibile, di crearsi dinamicamente un proprio profilo di interessi, di
trasferirlo ad Internet e di chiedere che appena ci sono nuove informazioni
attinenti a quanto dichiarato e il nostro Network Computer sia libero da
altre operazioni, si attivi un segnale visivo o sonoro (a piacere una
musichetta o un messaggio vocale) che ci avverta che è tempo di leggere
qualcosa per noi.
E’ abbastanza ovvio che chi dispone di informazioni di questo tipo, o può
facilmente riunirne altre di provenienza esterna, potrà giocare un ruolo
determinante per cogliere questa fantastica opportunità.
I vantaggi economici? Si potrà richiedere all’utente un abbonamento fisso o
a consumo, magari legandolo all’effettiva validità delle informazioni
selezionate (niente di più facile che controllare quante e quali
informazioni l’utente ha semplicemente consultato o anche trasferito sulla
propria stazione).
E’ altrettanto ovvio che l’editore potrà anche mettere a disposizione i
propri archivi per far fronte a questo tipo di servizio. Archivi che,
naturalmente, dovranno allora essere costruiti e alimentati non più per
soddisfare le sole esigenze interne di documentazione ma come base di un
nuovo sbocco di attività commerciale.
Un’altra considerazione riguarda i servizi commerciali per conto terzi.
L’editore che opera in quest’ottica può essere visto come il punto di
raccolta delle opportunità che si creano nel territorio nel quale agisce
(d’altro canto non mette gia oggi in contatto chi offre e chi acquista
posti di lavoro, beni, servizi per il tempo libero, e, più in generale,
ogni voce che vuol farsi sentire in una certa zona geografica).
Il salto qualitativo consiste in un coinvolgimento diretto nelle attività
conseguenti all’incontro di domanda e offerta: il giornale si fa non solo
stanza di raccolta e di compensazione di richieste ma compartecipa alle
transazioni che ne derivano.
Considerate tutto questo fantascienza?
Nessuno grida allo scandalo quando viene riconosciuta una commissione a chi
procura o favorisce (onestamente) una transazione commerciale, perché si
dovrebbe avere un atteggiamento diverso se questo lo facesse un giornale?
E si potrebbe continuare ancora ad esempio citando le ricerche mirate di
informazioni (sempre attinte in modo intelligente da fonti interne o
esterne) per conto terzi o altre iniziative a livello locale che si
potrebbero intraprendere, ma gia limitandosi a quanto accennato fino a
questo punto, ritengo ci sia enorme spazio di riflessione e di discussione
per l’evoluzione dell’impresa giornale alle soglie del terzo millennio.
Forse è tempo (prego di considerare la cosa solo come suggerimento) di
riconsiderare l’impresa giornale in modo completamente nuovo e, per certi
versi rivoluzionario.
Finora si è parlato (spesso in modo troppo astratto) del futuro della carta
stampata contrapponendolo a quello dei prodotti editoriali elettronici. Non
voglio disconoscere la preoccupazione degli editori che vedono, gia oggi,
il volume di pubblicità ed il numero di copie vendute delle loro
pubblicazioni in calo. L’indagine è troppo complessa (ed altrettante ne
sono le cause) per affrontarla ed esaurirla in breve spazio. Il mondo sta
rapidamente cambiando. Mutano le abitudini, mutano i consumi, è in corso un
lungo periodo di recessione che inevitabilmente si riflette sul nostro
Paese e sulle nostre propensioni alla spesa. Neanche i prodotti editoriali
elettronici hanno sfondato (nessuno si è ancora fatto ricco confezionando e
vendendo CD-ROM o affini). Si è pero accentuata la possibilità di
comunicare e di sapere dove c’è quello che serve e/o interessa in un certo
momento e per il quale si è disposti a spendere, sia un bene o un servizio
indirizzato ad un privato, sia, a maggior ragione, un’opportunità
commerciale per l’azienda famiglia o l’azienda tout court.
L’azienda giornale (o in termini più ampi, l’operatore di oggi
dell’informazione) ha, a mio avviso, solo due alternative: o si stringe
nella sua roccaforte a difesa dei (pochi) privilegi acquisiti (ovviamente
non rinunciando al piccolo cabotaggio delle nuove tecnologie, del controllo
dei costi di produzione, della modesta differenziazione o sinergia fra i
prodotti cartacei e i prodotti elettronici) o guarda al futuro (ben oltre
la svolta solo aritmetica dell’anno 2000) e si costruisce la sua nuova
identità di attore (almeno importante se non principale) nel mondo che
inevitabilmente si sta delineando.
Mi permetto, per chiudere, un suggerimento: perché non fare oggetto di
questi temi un incontro-dibattito fra tutti coloro che, oggi editori nel
termine inteso tradizionalmente, vogliono creare le basi per un’azienda
protagonista (e non succube) del mondo che cambia?
Cesare De Micheli