Dov’è la Mitsubishi?
Uno degli argomenti più
“gettonati” al Nexpo ’97 di New Orleans, soprattutto negli stand dei
fornitori dell’area stampa, è stata l’assenza della Mitsubishi Heavy
Industries, il maggiore produttore giapponese di rotative, che ha deciso
di non partecipare alla fiera dopo essere stato condannato per vendita
sottocosto (dumping) dei propri prodotti negli Stati Uniti.
Ricostruiamo brevemente i fatti: nel maggio del 1995 la Mitsubishi Heavy
Industries annuncia di aver siglato con il Washington Post un contratto per
la fornitura di otto rotative a doppia larghezza e doppio sviluppo, per un
valore complessivo di 250 milioni di dollari. Per tutta risposta, la Goss,
l’unico grande produttore USA di rotative per giornali, all’epoca
controllato dalla Rockwell, inoltra al Dipartimento del Commercio una
denuncia per pratiche di dumping nei confronti della Mitsubishi e di altre
tre società produttrici di rotative a doppia larghezza: le tedesche KBA e
MAN Roland e la giapponese Tokyo Kikai Seisakusho, più brevemente nota come
TKS.
Il 23 febbraio 1996 il Dipartimento di Commercio emette una sentenza
provvisoria favorevole all’istanza presentata dalla Goss, e
successivamente, il 21 agosto dello stesso anno,fissa per i quattro
produttori stranieri imposte aggiuntive sulle importazioni: il 30,8% per la
MAN Roland, il 46,4% per la KBA, il 56,28% per la TKS e addirittura il
62,96% per la Mitsubishi.
Queste percentuali di imposta, va detto, sono soltanto potenziali: la legge
USA prevede infatti che ogni singolo contratto di vendita venga analizzato
a distanza di un anno dalla sua stipula, e che solo in tale occasione venga
definita l’imposta finale, che potrà essere superiore o inferiore a quella
fissata in un primo momento, e dare corso quindi ad un supplemento di
imposta oppure ad un rimborso.
Occorre poi considerare che il balzello anti-dumping non si applicherà alle
componenti prodotte nel territorio degli Stati Uniti: i produttori tedeschi
e giapponesi potrebbero quindi reagire alla decisione rafforzando gli
stabilimenti di produzione di cui già dispongono negli USA.
L’annuncio delle sanzioni ha scatenato un acceso dibattito tra favorevoli e
contrari. In un comunicato dall’eloquente titolo “Fermate le rotative!”, la
Made in the USA Foundation, associazione non profit della quale fanno parte
oltre 60.000 tra aziende, sindacati e privati cittadini, ha salutato con
entusiasmo la sentenza, ricordando come, senza questo intervento,
l’industria USA delle rotative avrebbe rischiato di fare la fine quella dei
televisori, che negli anni 70 fu messa fuori mercato dalle vendite
sottocosto effettuate dai produttori giapponesi. Il comunicato prosegue
accusando la Mitsubishi di essere stata durante la seconda guerra mondiale
uno dei maggiori fornitori di materiale bellico dell’Impero del Sol
Levante, e si conclude invitando il Washington Post a disdire il contratto
con il produttore nipponico.
Naturalmente vi è stato anche chi ha criticato la decisione, accusandola
più o meno apertamente di protezionismo. La Newspaper Association of
America si è pubblicamente schierata contro la petizione della Goss,
sostenendo che le sanzioni avrebbero fatto lievitare il costo delle
macchine da stampa, rallentato l’innovazione tecnologica delle rotative per
giornali, limitato la competizione tra produttori e la possibilità di
scelta per gli editori.
L’iter giuridico della vicenda non si è ancora concluso: i quattro
produttori sanzionati hanno fatto ricorso in appello contro le sanzioni, e
così anche la Goss, la quale evidentemente le ritiene troppo lievi; per la
decisione finale della Court of International Trade si prevedono tuttavia
tempi lunghi.
Come andrà a finire? Il responsabile della produzione di rotative per
giornali della Mitsubishi, Roy Yokouchi, ha dichiarato che l’azienda
deciderà se rimanere o meno sul mercato USA in dopo la sentenza di appello
e, soprattutto, dopo che verrà fissato il margine definitivo di imposizione
sulla vendita delle otto rotative al Washington Post. Gli altri tre
produttori, invece, hanno tutti confermato che rimarranno sul mercato USA.
Saranno i contratti e le installazioni nei prossimi nove-dodici mesi a dire
quali effetti avranno avuto le sanzioni sul mercato statunitense delle
rotative per giornali.
