Capitolo IV , Dati Scomposti per tipologia di società editrice: analisi dei dati
L’universo delle società <BR>editrici è costituito, come si è visto nel capitolo precedente, da 83<BR>aziende con un totale di 6.406 addetti. All’interno di questo insieme di<BR>aziende, che rappresenta da solo il 70% dell’intero settore, il fenomeno<BR>che emerge con maggiore evidenza è la sensibile diminuzione del numero di<BR>aziende editrici di quotidiani nazionali, passate dalle 21 del 1996 alle 15<BR>del 1997.<BR>Questa sensibile contrazione del numero delle società editrici di<BR>quotidiani nazionali, alla quale fa riscontro, come vedremo nel paragrafo<BR>seguente, un consistente calo occupazionale, ben superiore alla media,<BR>nasce dalla elevata volatilità delle iniziative editoriali con ambizioni<BR>nazionali verificatasi negli ultimi due-tre anni, che hanno portato<BR>all’avvio di nuove iniziative con grandi ambizioni diffusionali ed al loro<BR>altrettanto rapido tramonto.<BR>Altro dato abbastanza significativo che emerge dall’analisi del panorama<BR>delle società editrici è costituito dal numero medio di addetti per<BR>azienda, che è pari a 28 unità per i quotidiani provinciali, 89 per i<BR>quotidiani regionali, 182 per i quotidiani pluriregionali, 177 per i<BR>quotidiani nazionali-sportivi-economici, 19 per i quotidiani politici.<BR>Appare dunque evidente che le dimensioni medie dell’azienda editrice<BR>salgono con l’allargamento dell’area diffusionale delle testate edite: il<BR>minor numero di addetti per azienda degli editori nazionali rispetto ai<BR>pluriregionali è dovuto con tutta probabilità a quella elevata "mortalità <BR>aziendale" alla quale si faceva riferimento nel capoverso precedente.<BR><BR>Occupazione<BR>Rispetto alla media di tutte le società editrici, che si è visto nel<BR>capitolo precedente essere stata pari al 4,9%, il calo occupazionale del<BR>1997 è stato assai meno significativo tra i quotidiani provinciali con<BR>appena 13 addetti in meno rispetto al 1996, pari all’1,3%. Più consistente,<BR>ma sempre inferiore rispetto alla media, il calo occupazionale per i<BR>quotidiani regionali e per i quotidiani pluriregionali, che in entrambi i<BR>casi si è assestato intorno al 3% con un calo numerico di 39 addetti per<BR>ciascuna categoria.<BR>Assai più marcato, per contro, è risultato essere il calo occupazionale dei<BR>quotidiani nazionali, che nel corso del 1997 hanno subito una diminuzione<BR>di ben 254 addetti, pari all’8,7% della forza lavoro complessiva. Va<BR>segnalata infine la crescita occupazionale di 15 unità (6,8%) dei<BR>quotidiani politici, per l’effetto pressoché esclusivo della nascita di una<BR>nuova testata, organo della Lega Nord.<BR>All’interno del dato complessivo, la dinamica occupazionale di operai e<BR>impiegati si è sviluppata in maniera assai diseguale tra le diverse<BR>tipologie di quotidiano. Da una parte infatti, tra i quotidiani nazionali,<BR>il calo ha riguardato entrambe le categorie, sia pure in maniera difforme:<BR>11,7% per gli operai, 7,6% per gli impiegati. Altrove, invece, al calo<BR>degli operai ha fatto riscontro un incremento occupazionale tra gli<BR>impiegati. Tra i pluriregionali, per esempio, ad un calo del 9,3% degli<BR>operai ha fatto riscontro un sia pur modesto (0,6%) incremento degli<BR>impiegati. Ancora più sensibile il calo degli operai, la cui presenza era<BR>già , del resto, quasi irrilevante, tra i politici, dove il numero di operai<BR>è passato da 14 a 8 e quello degli impiegati da 206 a 227. E ancora più<BR>evidente è lo scarto tra i provinciali, dove ad un calo della componente<BR>operaia del 13,1% (65 unità ) ha fatto riscontro un incremento di 52 unità ,<BR>pari al 10,2% degli impiegati.<BR>Questa dinamica si ribalta per i quotidiani regionali, che hanno visto<BR>invece un sensibile calo, vicino al 10%, della componente operaia, ed un<BR>contemporaneo incremento del 5,1% degli operai.<BR>Da questi dati emerge un sensibile spostamento, in alcune delle categorie<BR>prese in considerazione, del rapporto percentuale tra operai e impiegati.<BR>Scostamenti sostanzialmente irrilevanti si riscontrano per i quotidiani<BR>nazionali, dove la componente impiegatizia è salita dal 72,3% al 73,2%, e<BR>tra i politici, dove la percentuale degli operai è scesa al 3,4% da un già <BR>modestissimo 6,4%. Il rapporto di forze si sposta invece in misura<BR>considerevole tra i provinciali, dove nel 1996 c’era un rapporto di<BR>sostanziale parità tra operai e impiegati e dove invece nel 1997 la<BR>componente impiegatizia è salita al 56,6%, e tra i pluriregionali, dove la<BR>percentuale degli operai è passata dal 36,2% al 33,8%. In controtendenza,<BR>infine, il dato dei regionali, che hanno visto salire la componente operaia<BR>dal 45,5% al 49,3%.<BR>Il dato sul rapporto operai-impiegati conferma tuttavia quanto già notavamo<BR>nella prima edizione della ricerca: la presenza degli operai decresce con<BR>l’allargamento dell’area diffusionale dei quotidiani e della dimensione<BR>media dell’azienda editoriale, probabilmente per la più diffusa tendenza<BR>tra i quotidiani di grandi dimensioni a terziarizzare in tutto o in parte<BR>l’attività a più alta intensità di lavoro operaio, ovvero le fasi di stampa<BR>e spedizione. Lo stesso argomento serve a spiegare la irrilevante presenza<BR>di operai tra i quotidiani politici, che nella totalità dei casi non<BR>gestiscono queste fasi del ciclo produttivo.<BR>Il calo occupazionale verificatosi tra le società editrici nel corso del<BR>1997 ha riguardato in misura prevalente, come si è visto, i lavoratori di<BR>sesso maschile, il cui numero è diminuito di 277 unità , pari al 5,5%,<BR>mentre per gli addetti di sesso femminile il calo è stato più contenuto sia<BR>nella percentuale (3,1%) che nella consistenza assoluta (53 unità in meno).<BR>L’occupazione femminile è cresciuta in tre categorie di società editrici su<BR>cinque: tra i politici (da 89 a 97 addette, pari al 9% in più), tra i<BR>provinciali (15 addette, 4,8%) e tra i regionali (6 addette, 2,5%). Tra i<BR>pluriregionali, invece, il calo occupazionale femminile è stato assai<BR>modesto, pari a quattro unità ed all’1,4%, e comunque inferiore rispetto al<BR>calo occupazionale maschile, che è stato pari a 35 unità ed al 3,4%.<BR>In controtendenza, sotto questo aspetto, il dato che emerge dai quotidiani<BR>nazionali. Qui infatti non solo l’occupazione femminile è calata in maniera<BR>consistente, appena al di sotto del 10%, ma il calo occupazionale della<BR>componente femminile è stato percentualmente superiore a quello della<BR>componente maschile, la cui diminuzione nel corso del 1997 è stata<BR>"soltanto" dell’8,3%. In conseguenza di questa dinamica, i quotidiani<BR>nazionali sono l’unica categoria nella quale la componente femminile abbia<BR>diminuito, sia pure di qualche decimale di punto, il proprio peso<BR>percentuale sul totale degli occupati: dal 27% del 1996 al 26,6% del 1997.<BR>Altrove la percentuale femminile è in crescita: crescita modesta per i<BR>pluriregionali, dal 21,2% al 21,5%, e per i politici, dal 40,4% al 41,3%,<BR>crescita più sostenuta per i regionali, dove alla fine del 1997 le donne<BR>costituivano il 19,7% del totale contro il 18,6% di un anno prima, e<BR>soprattutto per i provinciali, nei quali la percentuale femminile ha<BR>raggiunto alla fine del 1997 il 32,8% contro il 30,8% del 1996.<BR>Se andiamo ad analizzare l’andamento occupazionale con riferimento ai<BR>livelli di inquadramento sulla scala parametrale, appaiono evidenti due<BR>dinamiche ben distinte: da una parte le aziende che potremmo definire "a<BR>ciclo completo", e cioè essenzialmente i quotidiani provinciali, regionali<BR>e pluriregionali, che nella maggioranza dei casi realizzano al proprio<BR>interno la totalità del ciclo produttivo; dall’altra, invece, le aziende<BR>che terziarizzano parte della produzione, in genere i segmenti più<BR>specificamente industriali (stampa e spedizione) a società terze.<BR>Nel primo raggruppamento, appare più consistente la presenza di addetti<BR>inquadrati ai livelli medio bassi della scala parametrale, dal terzo al<BR>quinto-sesto livello. Tra i provinciali e tra i regionali, per esempio, la<BR>percentuale di addetti inquadrati ai primi cinque livelli è pari al 44,5%,<BR>contro il 34,5% della media di tutte le società editrici. Viceversa, tra i<BR>quotidiani nazionali la percentuale degli addetti inquadrati ai livelli dal<BR>sesto al decimo è pari al 73,3% e tra i politici addirittura del 81,8%,<BR>contro una media delle società editrici del 65,6%.<BR>Per quanto riguarda infine l’inquadramento degli addetti di sesso<BR>femminile, non appaiono esservi particolari differenze nell’andamento delle<BR>varie categorie di società editrici: dappertutto infatti la presenza<BR>femminile è superiore alla media nei livelli compresi tra il terzo-quarto<BR>ed il sesto-settimo, ed è meno presente nei livelli più bassi, con<BR>l’eccezione dei provinciali, e nei due livelli più elevati. Si conferma<BR>quindi l’indicazione di una carriera "media" per gli addetti di sesso<BR>femminile che solo raramente giunge oltre l’ottavo livello.<BR><BR>Retribuzione Ordinaria<BR>La crescita complessiva delle retribuzioni ordinarie per le società <BR>editrici nel corso del 1997 è stata, come si è visto, superiore di due<BR>decimali di punto, 4,8% contro 4,6%, rispetto alla media del settore. A<BR>questo valore medio, tuttavia, concorrono situazioni molto diversificate<BR>per le singole categorie di società editrici. Se infatti le retribuzioni<BR>ordinarie dei quotidiani regionali si sono mosse in linea con il dato<BR>complessivo nazionale, facendo segnare un incremento del 4,6% a 61,1<BR>milioni lordi l’anno, le altre categorie di giornali hanno fatto registrare<BR>valori abbastanza divaricati in più o in meno.<BR>L’incremento maggiore è stato fatto segnare dai quotidiani nazionali,<BR>cresciuti del 6,4% a 65,2 milioni, seguiti dai pluriregionali, per i quali<BR>l’incremento è stato pari al 5,4% e la retribuzione annua di 65,8 milioni<BR>annui. Inferiore alla media, invece, l’incremento retributivo per i<BR>provinciali, le cui retribuzioni ordinarie sono cresciute del 3,1% a 54,2<BR>milioni, mentre risulta addirittura in calo del 6,7% il dato relativo ai<BR>politici, che nel corso del 1997 hanno visto scendere la retribuzione<BR>ordinaria media dei propri addetti a 52,2 milioni annui.<BR>E’ significativo notare come la crescita delle retribuzioni sia più<BR>sostenuta nelle aziende di livello medio-grande, pluriregionali e<BR>nazionali, che godono già di un livello salariale più elevato. La dinamica<BR>evolutiva delle retribuzioni, quindi, disegna uno scenario "a due<BR>velocità ", all’interno del quale le retribuzioni delle aziende di minori<BR>dimensioni sono sempre più distanti da quelle delle aziende più grandi. Se<BR>infatti la retribuzione media dei politici corrisponde all’83,6% della<BR>media delle società editrici, il rapporto sale al 104,4% per i nazionali e<BR>al 105,5% per i pluriregionali.<BR>Questa dinamica diventa ancora più evidente se si allarga l’analisi al<BR>biennio 1995-1997. In questo arco di tempo, a fronte di un incremento<BR>complessivo del costo della vita del 5,7% (3,9% nel 1996 e 1,7% nel 1997),<BR>le retribuzioni ordinarie dei quotidiani provinciali sono cresciute del<BR>7,4%, quelle dei regionali del 6,7%, mentre quelle dei pluriregionali sono<BR>aumentate del 10,4% e quelle dei nazionali addirittura del 13,2%. Quanto ai<BR>politici, la retribuzione ordinaria media nel periodo considerato è<BR>diminuita dell’1,5%. Ne consegue che la differenza tra la retribuzione<BR>ordinaria media di un addetto di una azienda editrice di un pluriregionale<BR>e quella del collega dipendente da un quotidiano politico, che era pari a<BR>poco più di 500mila lire lorde mensili nel 1995, è salita nel 1997 a oltre<BR>un milione di lire.<BR>L’andamento delle retribuzioni ordinarie con riferimento ai livelli di<BR>inquadramento evidenzia due dinamiche contrapposte tra regionali e<BR>pluriregionali da una parte, e provinciali e nazionali dall’altra. Il dato<BR>relativo ai politici, sotto questo aspetto, appare scarsamente<BR>significativo, sia per l’esiguità dei numeri in gioco, che porta a<BR>spostamenti percentuali rilevanti a fronte di modeste variazioni assolute,<BR>sia per il fatto che, come si diceva in apertura di capitolo, nel corso del<BR>1997 è entrata in questa categoria una nuova azienda di dimensioni<BR>ragguardevoli rispetto al campione complessivo.<BR>La dinamica retributiva per regionali e pluriregionali appare indubbiamente<BR>quella di uno "schiacciamento" del delta tra i livelli di inquadramento più<BR>bassi e quelli più elevati; tra i regionali, in particolare, gli incrementi<BR>degli addetti ai livelli dal primo al sesto sono tutti superiori alla<BR>media, e tutti inferiori quelli dei quattro livelli più elevati, con il<BR>risultato che il dislivello tra le retribuzioni del primo e del decimo<BR>livello è sceso dal 176,4% del 1996 al 165% del 1997. Pressoché identica la<BR>situazione tra i pluriregionali, dove tra i quattro livelli più elevati<BR>soltanto l’ottavo ha fatto segnare incrementi superiori alla media e dove<BR>il delta tra primo e decimo livello è calato al 141,7% rispetto al 152,5%<BR>dell’anno precedente.<BR>Situazione capovolta tra i provinciali, dove tra i primi sei livelli solo<BR>il secondo ha avuto incrementi superiori alla media e dove i lavoratori al<BR>primo, quarto e quinto livello hanno addirittura visto diminuire la propria<BR>retribuzione media. Per converso, tra i livelli più alti solo il decimo è<BR>cresciuto meno della media. Il delta tra primo e decimo livello è salito<BR>dal 196,9% al 202,5%. Tra i nazionali, infine, diminuzione delle<BR>retribuzioni per primo e secondo livello e crescita più lenta della media<BR>per i livelli dal terzo al settimo, con il rapporto tra la retribuzione del<BR>primo e del decimo livello che raggiunge un elevatissimo 277,6% rispetto al<BR>già consistente 229,7% del 1996.<BR>Uno sguardo infine alle differenze retributive legate al sesso. Rispetto<BR>alla distanza media tra le retribuzioni ordinarie degli uomini e delle<BR>donne, che abbiamo visto essere pari per le società editrici a 11,1 milioni<BR>annui, lo scarto nelle singole categorie appare tanto maggiore quanto meno<BR>significativa è la percentuale femminile sul totale degli addetti. Tra i<BR>politici per esempio, dove le donne costituiscono il 41,3% del totale,<BR>questo divario scende a 7,8 milioni annui, mentre tra i regionali, che hanno la più bassa presenza femminile con il 19,7%, questo divario sale a 11,8 mili<BR>oni, e tra i pluriregionali, dove la presenza femminile è solo di poco<BR>maggiore (21,5%), lo scarto supera addirittura i dodici milioni. In linea<BR>con la media (11 milioni) il divario dei provinciali, inferiore alla media<BR>(9,5 milioni) quello dei nazionali.<BR><BR>Retribuzione Straordinaria<BR>Le società editrici nel corso del 1997 hanno effettuato il 4,1% di ore di<BR>straordinario in meno rispetto al 1996, e la retribuzione media risultante<BR>è rimasta sostanzialmente allineata, facendo segnare un modesto regresso<BR>dello 0,2%. E’ significativo tuttavia notare, andando a scomporre il dato<BR>complessivo, come il ricorso allo straordinario sia sceso in modo<BR>considerevole nelle aziende che abbiamo prima definito "a ciclo completo "<BR>(provinciali, regionali, pluriregionali), e sia viceversa cresciuto in<BR>maniera altrettanto significativa nelle aziende che con un brutto termine<BR>potremmo definire "terziarizzatrici", cioè nazionali e politici.<BR>I dati sono estremamente chiari: il numero di ore di straordinario<BR>mediamente lavorate da un addetto di una società editrice di un quotidiano<BR>provinciale è passato da poco meno di 100 a 70, e la retribuzione<BR>corrispondente è diminuita del 20,6% a 2,3 milioni. Il calo si ripete, sia<BR>pure meno evidente, anche per i regionali, dove le ore lavorate annualmente<BR>sono passate da 111 a 105 e la retribuzione da 3,9 a 3,7 milioni, e tra i<BR>pluriregionali, dove le ora sono scese da 105 a 95 e la retribuzione da 3,6<BR>a 3,4 milioni.<BR>Viceversa, tra i politici il ricorso allo straordinario è quasi triplicato<BR>sia in termini di numero di ore prestate nel corso dell’anno, passate da 14<BR>a 39, sia in termini di retribuzione, salita da 465mila a 1,3 milioni di<BR>lire l’anno. Va segnalato peraltro come nel 1995 la media annua per gli<BR>addetti dei quotidiani politici fosse di appena 6 ore di straordinario<BR>l’anno.<BR>Anche i quotidiani nazionali, infine, hanno fatto registrare un<BR>significativo incremento del ricorso allo straordinario, sia in termini di<BR>ore (da 190 a 198) sia in termini di retribuzione: per un addetto<BR>dipendente da una di queste aziende il lavoro straordinario "vale" quasi<BR>sette milioni l’anno, oltre l’8,5% in più rispetto all’anno precedente.<BR>Ci sembra insomma che dai dati possa emergere una differente incidenza<BR>strutturale dello straordinario nelle varie categorie di aziende: per le<BR>aziende "a ciclo completo" il ricorso allo straordinario appare più legato<BR>ad effettive esigenze produttive e, come tale, variabile in più o in meno<BR>in rapporto all’andamento del carico produttivo. Viceversa tra i quotidiani<BR>nazionali l’elevato livello dello straordinario (sedici ore e mezzo mensili<BR>per addetto) non sembrerebbe spiegarsi con le esigenze del ciclo<BR>produttivo, soprattutto in considerazione del fatto che molte di queste<BR>aziende terziarizzano porzioni significative delle lavorazioni dove, come<BR>nella stampa e spedizione, è più frequente il ricorso al lavoro<BR>straordinario. Si consideri soltanto un dato: l’incremento delle ore di<BR>straordinario avviene in presenza di un carico produttivo rimasto nel 1997<BR>sostanzialmente invariato e di una diminuzione dell’8,7% del numero di<BR>addetti e addirittura, come vedremo più avanti, di oltre il 10% in termini<BR>di ore lavorate. E’ probabile quindi che per buona parte di queste aziende<BR>lo straordinario sia per così dire "previsto" come integrazione retributiva<BR>e non richiesto dalle effettive esigenze dell’organizzazione del lavoro<BR>aziendale.<BR>Poco significativo appare infine il dato relativo ai politici: il forte<BR>incremento del dato relativo allo straordinario va rapportato al livello<BR>modesto del ricorso allo straordinario negli anni precedenti. Se comunque<BR>la crescita dovesse proseguire anche nei prossimi anni, forse si potrebbe<BR>applicare anche a questa categoria la chiave di lettura appena utilizzata<BR>per i quotidiani nazionali.<BR>Poco significativi appaiono i dati relativi al ricorso allo straordinario<BR>per singoli livelli di inquadramento nelle diverse categorie di società <BR>editrice. Vale la pena di segnalare soltanto come tra i provinciali il calo<BR>è stato abbastanza vicino alla media in tutti i settori, con le eccezioni<BR>del quarto livello per il quale la retribuzione straordinaria è calata<BR>soltanto del 12%, e il decimo livello dove lo straordinario è crollato a<BR>poco più di 200mila lire annue contro il milione dell’anno prima.<BR>Viceversa, tra regionali e pluriregionali, a fronte di un calo del valore<BR>medio complessivo, i lavoratori dei livelli più bassi hanno fatto<BR>registrare un incremento del ricorso allo straordinario. Tra i regionali,<BR>in particolare, il calo è stato concentrato pressoché unicamente tra gli<BR>addetti dei tre livelli più elevati, la cui retribuzione straordinaria è<BR>diminuita di oltre il 30%.<BR>per quanto riguarda infine la suddivisione tra i sessi del ricorso allo<BR>straordinario, Il divario è abbastanza omogeneo, attorno ai due milioni di<BR>lire, per provinciali, regionali e pluriregionali, mentre scende a 1,3<BR>milioni per i politici e sale addirittura a 5,6 milioni per i nazionali,<BR>dove ogni mese gli addetti di sesso maschile effettuano quasi 20 ore di<BR>straordinario a testa contro le poco più di sette dei colleghi di sesso<BR>femminile, ed hanno una retribuzione di 700mila lire contro meno di 240mila.<BR><BR>Retribuzione Complessiva<BR>I dati sin qui analizzati sulle retribuzioni ordinarie e straordinarie tra<BR>le varie categorie nelle quali è suddiviso l’universo delle società <BR>editrici contribuisce a rafforzare la dinamica retributiva che vede<BR>crescere ad un ritmo superiore le retribuzioni degli addetti delle società <BR>più grandi, pluriregionali e nazionali, che peraltro godono già di livelli<BR>retributivi più elevati. Rispetto alla crescita media delle retribuzioni<BR>complessive delle società editrici, che nel 1997 è stata pari al 4,5%, le<BR>retribuzioni dei quotidiani pluriregionali sono infatti cresciute del 4,8%<BR>e quelle dei nazionali del 6,6%. Per questi ultimi, in particolare, incide<BR>in maniera significativa il dato relativo allo straordinario che abbiamo<BR>visto nel paragrafo precedente essere cresciuto in maniera assai<BR>significativa e che incide per il 9,7% sulla retribuzione complessiva,<BR>consentendo così agli addetti dei nazionali di "sorpassare" i colleghi dei<BR>pluriregionali quanto a retribuzione complessiva (72,1 milioni contro 69,2<BR>milioni) pur avendo una retribuzione ordinaria leggermente inferiore.<BR>Per contro, il calo della retribuzione straordinaria per i regionali e,<BR>soprattutto, per i provinciali, ha fatto sì che il tasso di crescita della<BR>retribuzione complessiva nel 1997 per queste categorie risulti ancora più<BR>basso rispetto a quello, già inferiore alla media del settore, delle<BR>rispettive retribuzioni ordinarie. Per i regionali, la retribuzione<BR>complessiva si è collocata a 64,8 milioni lordi annui con una crescita del<BR>4% netto, mentre tra i provinciali il pesante calo dello straordinario, la<BR>cui incidenza sul totale è passata dal 5,1% al 4%, ha determinato un tasso<BR>di crescita della retribuzione complessiva di poco superiore (1,9%)<BR>all’inflazione.<BR>Per quanto riguarda infine i politici, il deciso aumento del ricorso allo<BR>straordinario, la cui incidenza sulla retribuzione globale è salita da un<BR>quasi insignificante 0,8% ad un comunque modesto 2,5%, non è bastato a<BR>invertire il trend di calo delle retribuzioni medie, che hanno subìto nel<BR>1997 un calo complessivo del 5,1%.<BR>Si allarga quindi sempre di più lo scarto tra le retribuzioni complessive<BR>delle aziende di piccole dimensioni e delle aziende di dimensioni<BR>medio-grandi. Volendo tralasciare la categoria dei politici, che risente di<BR>uno stato di crisi ormai perdurante da parecchi anni e per la quale il calo<BR>delle retribuzioni risente comunque anche della significativa variazione<BR>del campione per effetto dell’avvio di una nuova iniziativa editoriale, le<BR>differenze che intercorrono tra le varie categorie sono notevoli: basti<BR>pensare che nel 1997 un addetto di un quotidiano provinciale ha guadagnato<BR>in media un milione e duecentomila lire lorde in meno al mese rispetto al<BR>suo collega che lavora in un quotidiano nazionale. Nel 1996 la differenza<BR>mensile era stata pari a 930mila lire, nel 1995 a 815mila lire.<BR>La dinamica delle retribuzioni complessive suddivise per livelli di<BR>inquadramento non si discosta granché da quanto osservato a livello di<BR>retribuzioni ordinarie: da un lato i quotidiani regionali e pluriregionali<BR>vedono crescere maggiormente le retribuzioni dei livelli più bassi, dal<BR>primo sino al quinto-sesto, dall’altro tra i quotidiani provinciali e<BR>nazionali viaggiano più velocemente della media le retribuzioni dei livelli<BR>compresi tra il settimo e il decimo. Il delta tra le retribuzioni del primo<BR>e del decimo livello, di conseguenza, continua ad avvicinarsi dove era più<BR>basso della media, come tra i pluriregionali dove è passato dal 143,3% al<BR>135,7%, e continua a salire dove era più alto della media, come tra i<BR>nazionali dove la retribuzione media di un addetto al decimo livello vale<BR>il 272,8% di quella di un addetto al primo livello, contro il 208% di un<BR>anno prima.<BR>Per quanto riguarda infine la distanza tra le retribuzioni maschili e<BR>femminili, che nella media di tutte le società editrici è risultata pari<BR>nel 1997 a 1,1 milioni lordi al mese, gli addetti di sesso femminile dei<BR>quotidiani politici hanno avuto il trattamento meno penalizzante, con una<BR>differenza mensile di 700mila lire, contro il milione scarso dei<BR>provinciali, il milione e 100mila dei regionali e dei pluriregionali, e il<BR>milione e 150mila lire dei nazionali.<BR><BR>Monte Retributivo Complessivo<BR>Nel corso del 1997 le società editrici hanno visto ridursi del 6,1% il<BR>totale delle ore lavorate e dell’1,6% delle retribuzioni complessivamente<BR>erogate. Per meglio dimensionare il dato complessivo, basti dire che è<BR>venuto meno l’equivalente del lavoro annuo di 440 addetti.<BR>Il calo più significativo in termini di ore lavorate, pari al 10%, si è<BR>verificato tra i quotidiani nazionali, che sono pertanto passati dal 45,6%<BR>al 43,7% in termini di ore di lavoro e dal 46,9% al 45,5% in termini di<BR>monte-retribuzioni erogato. In crescita invece la quantità di ore lavorate<BR>tra i politici, saliti dal 3,1% al 3,4% del totale per quanto riguarda il<BR>numero di ore lavorate, ma il cui peso sul totale delle retribuzioni è<BR>diminuito dal 2,9% al 2,8% per effetto del calo delle retribuzioni medie<BR>esaminato nei paragrafi precedenti.<BR>Le altre tre categorie accrescono invece il proprio peso, sia pure di<BR>qualche decimale di punto, sia rispetto al totale delle ore lavorate che<BR>sul monte retributivo complessivo. I provinciali raggiungono il 14,7% delle<BR>ore lavorate e il 12,7% delle retribuzioni rispettivamente dal 13,9% e dal<BR>12,3% dell’anno precedente; i regionali salgono dal 18,5% al 18,8% delle<BR>ore e dal 18,2% al 18,4% delle retribuzioni; tra i pluriregionali, infine,<BR>le ore lavorate sono passate dal 18,7% al 19,4% del totale di tutte le<BR>società editrici, e le retribuzioni complessivamente erogate dal 19,6% al<BR>20,4%.<BR>Un ultimo sguardo alla retribuzione media oraria, in crescita per tutte le<BR>categorie salvo che per i politici, che vengono in questo modo "scavalcati"<BR>dai provinciali e si collocano al livello più basso con circa 28.000 lire<BR>orarie contro le 35.200 lire dei pluriregionali, che hanno conservato il<BR>valore più elevato, seguiti a distanza ravvicinata dai nazionali, dove nel<BR>corso del 1997 un’ora di lavoro di un addetto è stata retribuita in media<BR>con 34.800 lire.<BR>
