Capitolo IV , Dati Scomposti per tipologia di società editrice: analisi dei dati
All’interno della<BR>suddivisione del settore per tipologia di aziende, esaminata nel capitolo<BR>precedente, si è visto come le società editrici, da sole, coprano il 54%<BR>del mercato in termini di numero di aziende e oltre il 70% per quel che<BR>riguarda il numero degli addetti ed il totale delle retribuzioni erogate:<BR>in totale 87 aziende con oltre 6.700 addetti e più di 430 miliardi di<BR>retribuzioni erogate nel corso del 1996.<BR>All’interno della categoria "società editrici", d’altra parte, esiste una<BR>notevole diversificazione tra aziende grandi, medie e piccole, ma anche una<BR>differenziazione legata al tipo di prodotto editoriale che l’azienda<BR>realizza; non v’è dubbio infatti che una azienda che realizza un quotidiano<BR>a diffusione nazionale presenti caratteristiche produttive differenti<BR>rispetto ad una azienda che editi un quotidiano provinciale, ed abbia<BR>quindi differenti esigenze quanto a ciclo produttivo, professionalità <BR>richieste, livelli di inquadramento.<BR>Si rende pertanto necessaria una ulteriore categorizzazione dell’"universo<BR>società editrici", per la cui realizzazione si è fatto ricorso alla<BR>classificazione utilizzata dalla FIEG, modificato in base ai criteri<BR>evidenziati nella nota metodologica premessa a questo studio e che qui<BR>riportiamo in estrema sintesi:<BR>- accorpamento delle categorie "sportivi", "economici", "altri" alla<BR>categoria dei "nazionali"<BR>- accorpamento della categoria "serali" alla categoria dei "provinciali".<BR>Da questa suddivisione emerge, per l’anno 1996, una suddivisione delle<BR>società editrici con 34 società editrici di quotidiani provinciali, 15 di<BR>quotidiani regionali, 6 di quotidiani pluriregionali, 21 di quotidiani<BR>nazionali, e 11 società che editano quotidiani politici. Rispetto al 1995,<BR>nel 1996 le società che editano testate provinciali o regionali sono<BR>cresciute di quattro unità , gli editori nazionali sono passati da 19 a 21,<BR>mentre è rimasto invariato il numero degli editori di quotidiani<BR>pluriregionali e politici.<BR><BR>Occupazione<BR>Come si è visto nel capitolo precedente, nel 1996 il calo occupazionale<BR>complessivo all’interno delle società editrici è stato pari al 7,2%: i<BR>7.262 dipendenti al 31 dicembre 1995 sono diventati 6.736 un anno dopo. Il<BR>calo occupazionale è stato abbastanza contenuto per i quotidiani<BR>pluriregionali, che hanno avuto un calo dell’1,6% (da 1.334 a 1.313<BR>dipendenti); cali inferiori alla media anche per i quotidiani provinciali,<BR>che hanno visto scendere il numero complessivo dei propri dipendenti di 59<BR>unità , da 1.069 a 1.008, con un calo del 5,7%, e per i quotidiani<BR>regionali, che hanno subìto un calo occupazionale del 4,9%, da 1.356 a<BR>1.290 dipendenti.<BR>Assai più consistenti i cali occupazionali per le categorie dei quotidiani<BR>nazionali e dei quotidiani politici. Per questi ultimi, in particolare, il<BR>calo occupazionale complessivo è stato di poco inferiore al 20%: i 272<BR>dipendenti complessivi alla fine del 1995 sono infatti scesi a 220 alla<BR>fine del 1996. Superiore al 10% anche il calo occupazionale per gli editori<BR>di quotidiani nazionali, che hanno perso 326 unità produttive scendendo da<BR>3.231 a2.905 addetti.<BR>Nonostante questo calo pronunciato, la quota percentuale degli editori<BR>nazionali sull’occupazione complessiva nelle società editrici rimane<BR>superiore al 40%: per l’esattezza il 43,1% rispetto al 44,5% del 1995. In<BR>calo anche la percentuale dei quotidiani politici, passati dal 3,7% al<BR>3,3%. In crescita, invece, la percentuale degli altri editori: i<BR>provinciali passano dal 14,7% al 15%, i regionali dal 18,7% al 19,1%, i<BR>pluriregionali dal 18,4% al 19,5%.<BR>Il calo occupazionale è stato ripartito in misura molto diseguale tra<BR>operai e impiegati a seconda del tipo di società editrice. Rispetto ad una<BR>media che vede un calo assai più pronunciato per gli operai (-9,3%)<BR>rispetto agli impiegati (-6,1%), i quotidiani regionali e i quotidiani<BR>politici sono andati decisamente in controtendenza: per questi ultimi, gli<BR>operai sono calati di una sola unità ispetto ad un numero comunque assai<BR>esiguo (14 in tutto alla fine del 1996), mentre gli impiegati sono<BR>diminuiti del 19,8%, passando da 257 a 206. Per i quotidiani regionali il<BR>calo occupazionale è stato abbastanza equamente distribuito, ma a lieve<BR>sfavore degli impiegati: -5,4% contro il -4,2% degli operai.<BR>Per le altre categorie di editori, invece, l’andamento occupazionale ha<BR>rispettato, in misura più o meno accentuata, la tendenza generale ad un<BR>calo percentualmente maggiore per gli operai: per i provinciali gli<BR>impiegati sono diminuiti del 2,7% contro un calo dell’8,6% per gli operai;<BR>per i nazionali il calo degli operai è stato ancora più pronunciato, di<BR>poco inferiore al 14%, ma assai consistente è anche il -9,6% fatto<BR>registrare dall’occupazione impiegatizia; tra i pluriregionali, infine, gli<BR>impiegati sono cresciuti di numero, dagli 819 del 1995 agli 838 del 1996,<BR>mentre gli operai sono diminuiti del 7,8%.<BR>Più omogeneo appare l’andamento occupazionale per sesso tra le varie<BR>categorie di editori, anche qui con le dovute eccezioni: i quotidiani<BR>pluriregionali per esempio, dove il calo dell’occupazione femminile è stato<BR>sì numericamente inferiore rispetto a quello maschile (7 unità produttive<BR>in meno contr 14), ma percentualmente superiore: 2,5% in meno contro un<BR>calo dell’1,3% per i maschi.<BR>Situazione analoga per i politici, che hanno visto scendere l’occupazione<BR>femminile di 12 unità , pari al 19,82% in meno, contro il -18,6% in meno<BR>dell’occupazione maschile, corrispondente però a 30 unità produttive in<BR>meno.<BR>Per queste due categorie di quotidiani, pertanto, la percentuale femminile<BR>sul totale degli addetti è rimasta sostanzialmente immutata o lievemente<BR>diminuita: per i politici si è passati dal 40,8% al 40,4%, un dato comunque<BR>di molto superiore rispetto alla media; per i pluriregionali, la<BR>percentuale femminile è passata dal 21,4% al 21,2%.<BR>Le altre categorie di editori si allineano invece con l’andamento medio del<BR>settore, con un calo dell’occupazione femminile che in media è inferiore di<BR>quattro-cinque punti percentuali rispetto al calo della popolazione<BR>maschile. Tra i regionali l’occupazione maschile è diminuita del 6,4%,<BR>mentre quella femminile è addirittura cresciuta del 2,6%; i provinciali<BR>hanno visto diminuire l’occupazione femminile soltanto dell’1,3% contro un<BR>-7,6% dell’occupazione maschile. Tra i nazionali, infine, ad un calo<BR>occupazionale maschile dell’11% ha fatto riscontro, per la componente<BR>femminile, una diminuzione del 7,7%.<BR>In queste tre categorie, pertanto, la componente femminile ha rafforzato la<BR>propria quota sul totale della forza lavoro: tra i provinciali si è passati<BR>dal 29,5% al 30,8%, tra i regionali dal 17,2% al 18,6%, tra i nazionali,<BR>infine, dal 26,3% al 26,9%.<BR>Come si può vedere, esistono significative differenze tra le varie<BR>categorie di editori riguardo alla composizione per sesso della<BR>forza-lavoro: si va da oltre il 40% dei politici a meno del 20% per i<BR>regionali, mentre tutto sommato in linea con la media del settore appare il<BR>dato relativo a provinciali, pluriregionali e nazionali. Una possibile<BR>spiegazione di questo divario può essere costituita su un versante, per i<BR>politici, dalla pressoché totale assenza di operai, che si è visto sono per<BR>la maggioranza maschi, mentre il dato assai ridotto dell’occupazione<BR>femminile tra i regionali può essere spiegato con la significativa<BR>presenza, all’interno di questa categoria, di testate del Sud, area dove,<BR>come si è visto al capitolo II, l’occupazione femminile risulta<BR>sensibilmente inferiore rispetto alle altre aree del Paese.<BR>Il comportamento assai diversificato delle varie categorie di editori<BR>rispetto all’andamento occupazionale di operai e impiegati si rispecchia<BR>anche nella composizione per qualifica della forza lavoro.<BR>Tra i politici, per esempio, la componente operaia risulta praticamente<BR>assente: appena 14 addetti, pari al 6,4% del totale. Ben maggiore rispetto<BR>alla media è la presenza impiegatizia anche tra i nazionali, dove gli<BR>operai sono appena il 27,6%. La scarsa presenza di operai in questa<BR>categoria di editori deriva probabilmente dal fatto che in molti casi<BR>queste società affidano ad altre società segmenti importanti del ciclo<BR>industriale a forte prevalenza di lavoro operaio: basti pensare a tutte le<BR>teletrasmissioni operate dai quotidiani nazionali presso poli di stampa<BR>gestiti da terzi.<BR>Viceversa, tra gli editori provinciali e regionali, che in larga misura<BR>realizzano in toto il ciclo produttivo al proprio interno, la presenza<BR>degli operai è ben più consistente, sfiorando il 50% per i provinciali ed<BR>attestandosi sopra il 45% per i regionali. Tra i pluriregionali, infine, la<BR>quota degli operai sul totale degli addetti è pari al 36,2% del totale,<BR>sostanzialmente in linea con la media complessiva delle società editrici<BR>(35,3%).<BR>La suddivisione degli addetti ai vari livelli della scala parametrale<BR>risente in maniera evidente, come già si è visto per gli accorpamenti<BR>analizzati ai capitolo II e III, della maggiore o minore incidenza della<BR>componente operaia, che è prevalente ai livelli dal terzo al quinto,<BR>rispetto alla componente impiegatizia, che viceversa è predominante ai<BR>livelli dal sesto al decimo. Ecco infatti che i provinciali e i regionali<BR>hanno una componente di addetti inquadrati ai primi cinque livelli del<BR>44,5%, superiore di dieci punti percentuali esatti rispetto alla media<BR>delle società editrici nel loro complesso.<BR>Viceversa, tra i politici, dove si è visto che la componente operaia è<BR>irrilevante, il personale inquadrato ai cinque livelli superiori<BR>rappresenta l’81,8% del totale addetti contro il 65,6% della media delle<BR>società editrici, e gli addetti al nono e decimo livello rappresentano il<BR>12,8% contro una media del 6,8%.<BR>Anche tra i nazionali gli addetti inquadrati ai livelli più elevati della<BR>scala parametrale sono in percentuale superiore alla media: appena il 26,7%<BR>del totale, infatti, risulta inquadrato ai primi cinque livelli, e appena<BR>lo 0,6% (20 unità in tutto) al primo e secondo livello.<BR>Tra i pluriregionali, infine, la suddivisione degli addetti per livelli è<BR>sostanzialmente in linea con la media del settore: il 37,7% è inquadrato ai<BR>primi cinque livelli (contro una media del 34,5%), il restante 62,3% ai<BR>cinque livelli superiori (contro una media del 65,5%), ad ulteriore<BR>conferma della stretta dipendenza dei livelli medi di inquadramento<BR>rispetto alla maggiore o minore presenza di operai e impiegati: i<BR>pluriregionali, infatti, sono la categoria dove la suddivisione<BR>operai-impiegati è più vicina rispetto alla media nazionale.<BR>L’evoluzione 1995-1996, in generale, evidenzia una generale tendenza<BR>all’avanzamento degli addetti sulla scala parametrale. Nel 1995, per<BR>esempio, gli inquadrati ai livelli dal sesto al decimo rappresentavano, tra<BR>i provinciali, il 52,6% del totale: un anno dopo sono saliti al 55,5%. Tra<BR>i nazionali questa percentuale è salita dal 71,3% al 72,3%, tra i<BR>pluriregionali dal 62,1% al 62,3%, tra i politici dal 79,7% all’81,8%.<BR>Fanno eccezione soltanto i regionali, che hanno visto crescere la<BR>percentuale degli addetti inquadrati ai primi cinque livelli: dal 43,3% del<BR>1995 al 44,5% del 1996.<BR>Se si analizzano i dati relativi alla presenza femminile ai vari livelli<BR>della scala parametrale nelle differenti tipologie di società editrici, si nota una presenza femminile inferiore alla media nazionale tra i regionali, sost<BR>anzialmente in linea con il dato nazionale tra pluriregionali e nazionali,<BR>sensibilmente superiore tra i provinciali e, soprattutto, tra i politici,<BR>dove la percentuale di addetti di sesso femminile supera come si è visto,<BR>il 40% del totale.<BR>In tutte le tipologie di società editrice la popolazione femminile risulta<BR>distribuita in prevalenza ai livelli medio-alti, tra il quinto e il<BR>settimo-ottavo, con un generale calo della percentuale femminile tra i<BR>livelli più bassi e i due livelli più alti. La categoria di aziende dove la<BR>componente femminile fa registrare l’inquadramento medio più elevato sono i<BR>nazionali: in questa categoria infatti la presenza femminile è<BR>sostanzialmente irrilevante ai livelli dal primo al quarto (6,7%),<BR>concentrandosi in misura massiccia al sesto, settimo e ottavo livello, che<BR>da soli coprono il 76,2% della popolazione femminile. Situazione abbastanza<BR>analoga tra i politici, che vedono una presenza femminile del 73,8% ai<BR>livelli dal sesto all’ottavo e del 4,7% ai primi quattro livelli.<BR>Diversa appare la distribuzione della popolazione femminile nelle altre<BR>categorie: tra i provinciali, per esempio, le addette inquadrate ai primi<BR>quattro livelli rappresentano il 17,8% della popolazione femminile<BR>complessiva, mentre ai livelli dall’ottavo al decimo risulta inquadrato<BR>appena il 5,2% delle addette. Tra i regionali la presenza femminile ai<BR>quattro livelli più bassi è ancora maggiore: 20,9%, contro un modesto 7,6%<BR>inquadrato ai tre livelli più elevati. Tra i pluriregionali, infine, ai<BR>primi quattro livelli risulta inquadrato il 16,8% delle addette, contro un<BR>10,4% inquadrato agli ultimi tre livelli.<BR><BR>Retribuzione Ordinaria<BR>Come si è visto nel capitolo precedente, le retribuzioni ordinarie medie<BR>delle società editrici nel corso del 1996 sono cresciute del 5%. Rispetto a<BR>questa media, le differenze di andamento tra le varie categorie di editori<BR>sono state assai considerevoli: da una parte le retribuzioni dei regionali<BR>sono cresciute del 2,03% appena, da 57,268 a 58,429 milioni, in misura<BR>inferiore all’andamento dei prezzi al consumo; dall’altra le retribuzioni<BR>dei nazionali sono cresciute ad un tasso più che triplo, il 6,4%, da 57,536<BR>a 61,217 milioni annui.<BR>Inferiore alla media, e di poco superiore all’inflazione, l’incremento<BR>(+4,18%) fatto registrare dai provinciali, passati da 50,428 a 52,537<BR>milioni annui, e così anche per i pluriregionali, passati da 59,629 a 62,5<BR>milioni annui con un aumento percentuale del 4,81%. Superiore alla media<BR>(+5,57%), infine, l’incremento retributivo per i politici, saliti da 52,996<BR>a 55,949 milioni annui.<BR>Rispetto alla media delle società editrici, le retribuzioni ordinarie medie<BR>delle singole categorie di editori risultano abbastanza divaricate: la<BR>retribuzione media dei provinciali, infatti, è pari all’88,2% della media<BR>delle società editrici, laddove per i pluriregionali questo valore è pari<BR>al 105%. Inferiore alla media è il valore dei regionali (98,1%) e dei<BR>politici (94%); superiore quello dei nazionali (102,8%).<BR>Tra i provinciali, le retribuzioni sono cresciute più della media in tutti<BR>i livelli tranne il decimo (+4%) e il quinto, che da solo rappresenta però<BR>circa il 25% del totale degli addetti, per il quale le retribuzioni sono<BR>cresciute soltanto del 2%. Il rapporto tra la retribuzione più alta e<BR>quella più bassa è andato quindi livellandosi, passando dal 48,2% del 1995<BR>al 50,8%.<BR>Aumenti superiori al tasso di inflazione, tra i regionali, sono stati<BR>registrati soltanto dagli addetti al secondo (5,1%), terzo (4,5%) e ottavo<BR>livello (4,5%); per il resto, incrementi variabili tra lo 0,7% del nono<BR>livello e il 2,6% del quarto; primo e decimo livello, infine, hanno visto<BR>diminuire le retribuzioni: dell’1,1% per il primo livello, dell’1,5% per il<BR>decimo.<BR>Primo e decimo livello, per contro, sono stati i livelli di inquadramento<BR>per i quali, tra i pluriregionali, le retribuzioni sono cresciute<BR>maggiormente: rispettivamente, del 9,2% e dell’8,1%; per il resto, aumenti<BR>omogenei compresi tra il 4 e il 5%, con le uniche eccezioni rappresentate<BR>da secondo (+3,5%) e ottavo livello (+2%).<BR>Aumenti superiori alla media, tra i nazionali, per i livelli dal primo al<BR>terzo, per il quinto e per il nono; per contro, il livello la cui<BR>retribuzione è cresciuta meno è stato l’ottavo (+4,5%). Abbastanza<BR>pronunciata, per questa categoria di società editrici, la tendenza al<BR>livellamento retributivo: tra primo e decimo livello il rapporto è passato<BR>dal 42,8% del 1995 al 43,5%, tra quinto e decimo dal 59,6% al 60,3%.<BR>Tra i politici, infine, incrementi retributivi superiori alla media per<BR>tutti i livelli tranne il quarto, per il quale le retribuzioni sono scese<BR>dell’8,2%, il nono (+4,7%) e il decimo livello (+1%). Il rapporto tra le<BR>retribuzioni del primo e del decimo livello, per questa categoria di<BR>editori, è passato dal 32,1% del 1995 al 37,3% del 1996.<BR>Le differenze di retribuzione straordinaria tra addetti di sesso maschile e<BR>femminile non si discostano granché rispetto al valore medio delle società <BR>editrici, che abbiamo visto nel capitolo precedente essere di poco<BR>inferiore ai dieci milioni lordi annui tra le retribuzioni degli addetti di<BR>sesso maschile e femminile. Valori inferiori alla media per i nazionali<BR>(8,9 milioni) e per i provinciali (9,4 milioni); superiori, invece, tra i<BR>regionali (11,7 milioni), mentre i pluriregionali (9,9 milioni) e i<BR>politici (9,8 milioni) fanno segnare valori perfettamente in linea con la<BR>media delle società editrici.<BR><BR>Retribuzione Straordinaria<BR>Ogni dipendente delle aziende editrici, nel corso del 1996, ha effettuato<BR>in media 139 ore di straordinario, con una retribuzione corrispondente di<BR>poco inferiore ai 4,7 milioni di lire.<BR>A fronte di questa media, le singole categorie di società editrici hanno<BR>evidenziato comportamenti estremamente differenziati: per i politici, per<BR>esempio, l’incidenza del lavoro straordinario sulla prestazione lavorativa<BR>e sulla conseguente retribuzione è risultata tutto sommato trascurabile:<BR>poco più di 14 ore annue, con una retribuzione di 465mila lire. Né d’altra<BR>parte potrebbe essere diversamente, in considerazione del fatto che i<BR>quotidiani politici, in genere, hanno orari di chiusura redazionale<BR>anticipati rispetto alle altre tipologie di quotidiani, e un ciclo di<BR>produzione complessivo che risente in misura ridotta di quelle variabili<BR>imprevedibili (notizie dell’ultimora etc.) che rendono il ricorso allo<BR>straordinario un fattore in qualche misura fisiologico nell’industria dei<BR>quotidiani.<BR>Sul versante opposto, i lavoratori dipendenti dagli editori di quotidiani<BR>nazionali nel corso del 1996 hanno effettuato ben 190 ore di prestazione<BR>straordinaria, con una conseguente retribuzione di 6,424 milioni di lire<BR>annue. Seguono, ma a grande distanza, i dipendenti dei quotidiani regionali<BR>(112 ore annue, 3,865 milioni), dei pluriregionali (105 ore, 3,572 milioni)<BR>e dei provinciali (98 ore, 2,847 milioni).<BR>Il confronto tra i dati del 1995 e del 1996 mette in evidenza, peraltro,<BR>come rispetto all’incremento medio del 2,1% delle ore lavorate ci sia stato<BR>un aumento superiore per i provinciali (+6,3%) e per i regionali (+3,8%),<BR>mentre i pluriregionali hanno evidenziato un valore assai prossimo alla<BR>media (+2,3%) e i nazionali hanno visto calare del 2% il ricorso allo<BR>straordinario. Il valore dei politici, che evidenziano un aumento superiore<BR>al 150%, infine, è scarsamente significativo in considerazione del basso<BR>numero di ore di straordinario effettuate (erano meno di 6 nel 1995).<BR>Tra i quotidiani provinciali, i lavoratori che nel 1996 hanno effettuato<BR>più ore di straordinario sono stati quelli inquadrati al settimo livello<BR>con 158 ore. Tra i regionali il primato è andato al nono livello con 152<BR>ore che tuttavia, riferite a soli 38 addetti, risultano statisticamente<BR>meno significative rispetto alle 142 ore annue di straordinario effettuate<BR>in media da ciascuno dei 275 addetti al settimo livello. Lo stesso può<BR>dirsi per quanto riguarda i pluriregionali: gli 11 addetti al secondo<BR>livello hanno effettuato ciascuno 257 ore medie di straordinario, mentre i<BR>226 inquadrati alquinto livello ne hanno effettuate 140.<BR>Tra i nazionali, gli addetti al quarto, quinto, settimo e ottavo livello,<BR>che rappresentano il 61,8% degli addetti, hanno fatto registrare tutti un<BR>numero medio di ore di straordinario superiore a 200. Tra i politici,<BR>infine, l’unico livello di inquadramento ad esporre un numero medio<BR>significativo di ore di straordinario è risultato il sesto, con poco meno<BR>di 35 ore e mezzo all’anno.<BR>Il ricorso allo straordinario in base al sesso degli addetti nelle varie<BR>tipologie di società editrice risulta abbastanza differenziato. Da una<BR>parte abbiamo infatti i provinciali e i nazionali, dove mediamente un<BR>addetto di sesso femminile effettua un terzo di straordinario rispetto al<BR>collega di sesso maschile: tra i provinciali 41 ore annue contro 121, con<BR>una retribuzione lorda annua di 1,1 milioni contro 3,6; tra i nazionali 75<BR>ore contro 229, con una retribuzione di 2,3 milioni contro 7,8.<BR>Ci sono poi le categorie dei regionali e dei pluriregionali, dove il<BR>divario nel ricorso allo straordinario è meno accentuato: 55 ore contro 125<BR>e 1,7 milioni contro 4,4 tra i regionali, 53 ore contro 119 e 1,6 milioni<BR>contro 4,1 tra i pluriregionali. E c’è infine il caso dei politici, dove<BR>peraltro il ricorso allo straordinario è assai meno rilevante che non nelle<BR>altre tipologie di società editrice, e dove le donne effettuano in media<BR>più straordinario degli uomini: 17 ore l’anno contro 12, con una<BR>retribuzione annua di 508mila lire contro 434mila.<BR><BR>Retribuzione Complessiva<BR>Le forti sperequazioni che abbiamo visto esistere tra le retribuzioni<BR>ordinarie medie delle varie categorie di società editrici risultano<BR>ulteriormente enfatizzate dal valore relativo alla retribuzione<BR>complessiva, risultante dalla somma di retribuzione ordinaria e<BR>retribuzione straordinaria.<BR>La retribuzione media complessiva più elevata, infatti, nel 1996 è<BR>risultata essere quella dei nazionali con 67,641 milioni, che rappresentano<BR>il 105,3% della media delle società editrici; seguono i pluriregionali con<BR>66,072 milioni (102,9%), i regionali con 62,294 milioni (97%), i politici<BR>con 56,414 milioni (87,9%), ed infine i provinciali con 55,384 milioni e<BR>l’86,3% rispetto alla media complessiva delle società editrici.<BR>In sintesi, esiste una differenza retributiva di oltre dodici milioni di<BR>lire, pari al 22,1%, tra i dipendenti degli editori nazionali e i<BR>dipendenti degli editori provinciali: una differenza che certamente non si<BR>spiega con le differenze di ciclo produttivo e di livello medio di<BR>inquadramento, ma che con tutta evidenza trova le sue ragioni nella diversa<BR>e ben maggiore incidenza che, nelle società editrici di quotidiani<BR>nazionali, rivestono i contratti integrativi aziendali. Questa differenza<BR>nelle retribuzioni medie, tra l’altro, tende ad allargarsi: nel 1995,<BR>infatti, la differenza tra le retribuzioni medie dei nazionali e dei<BR>provinciali era di 10,7 milioni annui in termini assoluti e del 20,2% in<BR>termini percentuali.<BR>La crescita delle retribuzioni è stata abbastanza uniforme rispetto alla<BR>media del settore del 5,1%, con l’unica eccezione dei quotidiani regionali,<BR>per i quali l’incremento si è fermato al 2,5%, quasi un punto percentuale e<BR>mezzo al di sotto del tasso di inflazione del 1996. Tassi superiori al 6%<BR>per politici e nazionali (6,1% per entrambi), inferiori al 5% per<BR>pluriregionali (4,9%) e provinciali (4,4%).<BR>L’incidenza dello straordinario sulla retribuzione complessiva è stata<BR>pressoché insignificante (meno dell’1%) per i politici, mentre è stata di<BR>poco inferiore al 10% per i nazionali. Valori intermedi, molto vicini tra<BR>loro, per i provinciali (5,1%), i regionali (6,2%) e i pluriregionali<BR>(5,4%).<BR>Le differenze della retribuzione complessiva in base al sesso degli addetti<BR>risultano, nelle varie tipologie di società editrice, abbastanza allineate<BR>con il dato medio, dal quale risulta – come si è visto al capitolo<BR>precedente – una differenza di retribuzione lorda annua pari a 13,7 milioni<BR>tra gli addetti di sesso maschile e quelli di sesso femminile. Differenze<BR>inferiori ai dieci milioni annui si riscontrano soltanto tra i politici<BR>(60,1 milioni contro 50,4), mentre il divario più elevato è quello fatto<BR>registrare dai nazionali e dai regionali, tra i quali nel 1996 un<BR>poligrafico di sesso maschile ha guadagnato 14,4 milioni lordi in più del<BR>collega di sesso femminile. La differenza retributiva tra uomini e donne,<BR>infine, si colloca attorno ai dodici milioni annui nelle categorie dei<BR>provinciali e dei pluriregionali.<BR><BR>Monte Retributivo Complessivo<BR>Il totale delle retribuzioni erogate dalle società editrici nel corso del<BR>1996 è risultato praticamente identico al valore dell’anno precedente:<BR>432,377 miliardi contro i 433,670 del 1995. Questa sostanziale immobilità <BR>del dato complessivo, che se rapportata all’incremento del costo della vita<BR>si traduce in un calo superiore al 4%, è il frutto di una diminuzione del<BR>5% delle ore lavorate, e di un incremento di pochissimo inferiore della<BR>retribuzione media oraria, passata da 30.414 a 31.932 lire.<BR>Rispetto a questo dato medio, i quotidiani provinciali e regionali hanno<BR>subìto un significativo calo delle retribuzioni complessive erogate: del<BR>3,3% per i provinciali (da 54,859 a 53,044 miliardi), del 4% per i<BR>regionali (da 82,128 a 78,834 miliardi). In crescita invece le retribuzioni<BR>complessive erogate dai pluriregionali (+1,9%, da 83,298 a 84,887 miliardi)<BR>e dai politici (+3,4%, da 12,328 a 12,750 miliardi). In lievissima<BR>crescita, infine, il dato relativo alle società editrici di quotidiani<BR>nazionali: da 201,057 a 202,863 miliardi, pari al +0,9%.<BR>E’ interessante notare come la retribuzione media oraria più elevata non<BR>sia quella dei dipendenti delle società editrici di quotidiani nazionali,<BR>come ci si potrebbe attendere dal momento che hanno la retribuzione media<BR>annua più elevata, bensì quella dei dipendenti delle società editrici di<BR>quotidiani pluriregionali: 33.430 lire contro 32.822. Il fatto è che tra i<BR>nazionali ogni dipendente lavora in media 2.062 ore l’anno, contro le 1.977<BR>ore del dipendente dei pluriregionali.<BR>Tra il valore della retribuzione media oraria più elevato (quello, appunto,<BR>dei pluriregionali) e quello più basso, ovvero le 28.128 lire dei<BR>provinciali, intercorre una differenza assai consistente, pari al 18,8%,<BR>che conferma le profonde differenziazioni retributive che esistono tra le<BR>differenti tipologie di società editrice.<BR>
