Premessa
Nello stendere il Rapporto Annuale sull’industria Italiana<BR>dei quotidiani, non ci siamo mai limitati a fotografare asetticamente<BR>l’esistente, quasi si trattasse di aggiornare, di volta in volta, indici e<BR>statistiche riconducibili a tendenze note e, spesso, ripetitive.<BR>Nella Premessa alla Ricerca pubblicata lo scorso anno avvertivamo – in<BR>proposito – il pericolo che l’indagine potesse tradursi in una rituale<BR>espressione di scoramento, vista la stagnazione (e, talvolta, il calo)<BR>delle vendite, la faticosa tenuta della readership, la ripresa sensibile ma<BR>non riequilibrante della pubblicità e la diminuzione degli occupati.<BR>La sostanza dell’analisi condotta dalla Deloitte & Touche sui bilanci delle<BR>aziende editrici nel periodo 1995-1997 e i risultati che l’Ufficio studi<BR>della FIEG ha evidenziato attraverso la pubblicazione che riflette in modo<BR>approfondito lo stato di salute di La stampa in Italia, autorizzano,<BR>tuttavia, margini di fiducia che pareva si dovessero accantonare.<BR>La presentazione abbinata, svoltasi il 10 febbraio 1999, ha indotto anche<BR>alcuni quotidiani a slanci di ottimismo forse eccessivi rispetto alle<BR>indicazioni fornite dalle cifre. E’ certo importante che, dopo sette-otto<BR>anni, l’utile lordo risulti più che raddoppiato. Forse più illuminante<BR>ancora il fatto che i bilanci complessivi del 1997 espongano un utile<BR>operativo, anche se contenuto, contro una perdita di 76,8 miliardi nel 1996.<BR>Ma i dati economici complessivi non possono mettere in ombra il fatto che,<BR>anche nel 1997, 23 imprese denunciassero ancora perdite e che il "rosso"<BR>della parte debole del settore risultasse salito da 134 a 147 miliardi.<BR>Come logica contropartita, 39 imprese risultate in attivo hanno<BR>incrementato la redditività da 194 a 272 miliardi.<BR>Un divario, questo, che pone l’accento su differenti condizioni di mercato,<BR>su gradi disomogenei di razionalizzazione dei processi produttivi ma che,<BR>soprattutto, evidenzia i limiti strutturali di una industria che mantiene<BR>quasi inalterato il suo grado di fragilità .<BR>Le vendite del 1997 sono rimaste pressocchè stazionarie, agli stessi<BR>livelli del 1984, con la perdita di circa un milione di copie rispetto alla<BR>punta del 1990 (oltre 6 milioni 800 mila copie).<BR>Né migliori valutazioni annuncia il 1998, anno per il quale non sono<BR>disponibili bilanci ma che, sulla base di attendibili stime compiute<BR>dall’Ufficio studi della FIEG, dovrebbe far registrare una ulteriore,<BR>contenuta flessione nella diffusione (0,5 per cento).<BR>Solo la sostanziale tenuta degli indici di lettura ha consentito un<BR>consistente incremento del reddito pubblicitario: tale – comunque – da non<BR>impedire una ulteriore erosione della quota di stanziamenti destinati<BR>all’informazione a mezzo stampa rispetto all’accresciuta incidenza del<BR>reddito del quale ha beneficiato l’emittenza televisiva.<BR>Se è vero, infatti, che il fatturato pubblicitario dei quotidiani si è<BR>incrementato del 10,5% nel 1997 e del 12 per cento nel 1998, è altrettanto<BR>vero che la quota parte degli investimenti complessivi ad essi destinata è<BR>scesa dal 21,3 per cento del 1997 al 20,7 per cento del 1998, mentre la<BR>televisione pubblica e privata si è accaparrata il 56,4 per cento della<BR>"torta" nel 1997 e il 56,3 per cento nel 1998. Anche la stampa considerata<BR>nel suo complesso ha segnato un sia pur lieve regresso rispetto al totale<BR>degli investimenti: dal 37,7 al 37,4 per cento.<BR>Un dato fortemente anomalo se si considera che, sulla base dei dati forniti<BR>dal Word Press Trends 1998, soltanto 9 Paesi su 22 vedono la stampa come<BR>veicolo non prioritario per la diffusione del messaggio pubblicitario. E<BR>nella gran parte dei casi la percentuale di scarto rispetto alla<BR>televisione è considerevole (come in Svezia, Svizzera, Regno Unito,<BR>Norvegia, Lussemburgo, Germania, Finlandia, Danimarca), oppure supera di<BR>poco o si avvicina al 50 per cento. Solo il Portogallo registra un indice<BR>di ripartizione peggiore dell’Italia, (37 per cento), fatta eccezione per<BR>il Giappone, dove la pubblicità è ospitata dai giornali in misura inferiore<BR>alla domanda per l’impossibilità di conciliare le altissime tirature con<BR>una foliazione adeguata per ospitare in misura consistente inserzioni a<BR>pagamento.<BR>La fiducia appare quindi accresciuta con solide motivazioni, ma i problemi<BR>restano. E non è certo il caso, in questa circostanza, di completare<BR>l’elenco delle anomalie che affliggono l’industria editoriale italiana.<BR>Se, nonostante le discrasie indicate, la stampa è riuscita a mantenere<BR>intatta la sua vitalità e a confermare la sua capacità di coesistere e di<BR>svilupparsi nel mondo della comunicazione globalmente inteso, lo si deve<BR>quasi esclusivamente alla trasformazione che le aziende editoriali hanno<BR>operato al loro interno, riducendo drasticamente i costi di produzione ed,<BR>in primo luogo, il costo del lavoro poligrafico.<BR>Non a caso, i dati sull’occupazione costituiscono il rovescio della<BR>medaglia rispetto ai risultati conseguiti con l’innovazione di processo e<BR>di prodotto che ancora propone una importante fase di attuazione.<BR>Le analisi contenute in questa ricerca (rese possibili dalla preziosa<BR>collaborazione di dirigenti e funzionari del Fondo Casella) fanno<BR>riferimento all’occupazione registrata a metà 1998; ma il processo di<BR>ridimensionamento degli organici non si è arrestato e – a fine anno – il<BR>dato complessivo degli occupati si poneva al disotto delle 9.000 unità <BR>(8.972 per la precisione), anche se alcune correzioni marginali potrebbero<BR>ancora verificarsi. Una riduzione drastica, segnata dalla scomparsa o quasi<BR>di interi comparti e di professionalità superate dall’affinamento delle<BR>procedure informatiche.<BR>Un capitolo aperto che, come abbiamo avuto occasione di sottolineaare con<BR>la Ricerca pubblicata a novembre 1998 (Tecnologie e professioni<BR>nell’industria italiana dei giornali) abbisogna di approfondimenti e di<BR>valutazioni capaci di soppesare consistenza e prospettive dei modelli di<BR>comunicazione complessivamente intesi.<BR>Un impegno, questo, di grande respiro, che l’Osservatorio si prefigge di<BR>affrontare più compiutamente nell’arco del biennio 1999/2000 attraverso un<BR>progetto di Ricerca che il Ministero del Lavoro ha ritenuto – con<BR>apprezzabile lungimiranza – meritevole del necessario finanziamento, e del<BR>quale il presente rapporto costituisce in qualche misura il primo capitolo.<BR>Ai dati e ai risultati che si andranno acquisendo, affidiamo il compito di<BR>arricchire la conoscenza delle parti sui grandi problemi da affrontare e,<BR>al tempo stesso, la possibilità di individuare competenze capaci di<BR>soddisfare le esigenze della comunicazione nelle varie articolazioni<BR>dell’oggi e del domani.<BR>Il contenimento dei costi di produzione, attestato anche dall’indagine che<BR>presentiamo, ha consentito di resistere e di mantenere intatta la capacità <BR>di uno strumento – il giornale – tutt’altro che tramontato. Il domani dovrà <BR>fornirci risposte più compiute sulla sua potenzialità e sulle chance di cui<BR>dispone allo scopo di integrarsi con nuovi e più avanzati modelli destinati<BR>a completare il mosaico del sistema di comunicazione.<BR>Anche perché, nonostante le difficoltà ed i margini di rischio, sono in<BR>crescita il numero di imprese che guardano al giornale e al futuro che ne<BR>segnerà la trasformazione con accresciuta fiducia.<BR>Nei precedenti rapporti annuali abbiamo avuto modo di annotare come nel<BR>mondo dei quotidiani meritino a pieno titolo cittadinanza non solo le 80<BR>testate circa che siamo soliti considerare, ma tutte le pubblicazioni che<BR>con cadenza giornaliera informano sulla vita e sui problemi soprattutto di<BR>piccole comunità .<BR>Il numero delle pubblicazioni risulta in costante crescita: 115 nel 1996,<BR>122 nel 1997, 127 nel 1998.<BR>Naturalmente non tutte le iniziative che coraggiosamente vengono avviate<BR>sono coronate da successo. Nell’anno appena trascorso, avevamo catalogato<BR>nella nostra banca dati e avevamo raccolto le copie fisiche di 153<BR>pubblicazioni. Di esse 26 non hanno resistito all’impatto dei problemi.<BR>Compito nostro è quello di individuarne le caratteristiche e di concorrere<BR>ad alleggerire i pesi insopportabili che gravano su aziende di dimensioni<BR>estremamente ridotte.<BR>Non è possibile disporre di dati attendibili per tutte le 127 testate che,<BR>quotidianamente, si rivolgono al mercato dei lettori. Disponiamo di notizie<BR>precise relativamente a 59 società editrici che pubblicano 80 quotidiani.<BR>Di esse il 65 per cento opera nelle regioni del Nord e il restante 35 per<BR>cento in quelle del Centro-Sud. Se consideriamo l’insieme delle imprese che<BR>con il Rapporto ci proponiamo di censire, scopriamo che la maggioranza di<BR>esse (il 54 per cento) opera nel Centro-Sud. Una realtà probabilmente<BR>conosciuta solo in parte e che connota una tendenza meritevole della<BR>massima attenzione.<BR>Si tratta, – come è facilmente intuibile – di aziende di dimensioni<BR>ridotte. Solo 24 di esse occupano oltre 100 dipendenti; 23 aziende hanno<BR>alle dipendenze un numero di lavoratori oscillante tra i 51 e i 100; 27<BR>aziende meno di 50 addetti e 83 un massimo di 20 lavoratori occupati. Di<BR>dimensioni ancora più contenute le aziende che hanno dato vita ad<BR>iniziative che risultano impossibili da catalogare, gestite spesso da<BR>pochissime persone, decise a competere su un mercato complesso con tanto<BR>coraggio, con grande volontà ma con un bisogno insoddisfatto di conoscere a<BR>fondo le regole che il mercato governa.<BR>Talvolta l’abbiamo definita "Editoria sommersa"; ma il termine è<BR>probabilmente inadatto. Si tratta, comunque, di un territorio da esplorare<BR>con cura; ed in tal senso muoveranno le iniziative dei prossimi mesi.<BR>Probabilmente incontreremo problemi nuovi, estranei in larga misura alla<BR>tradizione consolidata di una settore che tanto si è rinnovato ma che di<BR>mutamenti ancora più sostanziali ha bisogno.<BR>Il Consiglio Direttivo
